I care

domenica, 18 ottobre 2009

PALESTINA: GLI OSTACOLI ALLA PACE

Conferenza di Jeff Halper, Torino, 16 settembre 2009

Che cos'è Israele, in che cosa consiste il conflitto israelo-palestinese? Quali sono gli ostacoli alla Pace?
17 ottobre 2009 - Lorenzo Galbiati

Siamo nell'aula magna dell'istituto dei missionari della Consolata, che ospitano la conferenza di Jeff Halper. 63 anni, calvo con una folta barba bianca, una maglietta verde militare sopra la pancia ben sporgente, inizialmente coperta da un camicione a quadrettoni rossi, jeans blu sgualciti, Jeff sembra proprio un vecchio fricchettone americano. Ma ormai, da più di 25 anni l'americano Halper si è trasferito in Israele e ora è un israeliano a parlare: questa è la sua più consona identità.

Un israeliano, sì, ma non un tipico israeliano. Un israeliano che è stato in prigione una decina di volte perché con il suo centro, l'Icahd, compie atti di disobbedienza civile per opporsi alla demolizione delle case dei palestinesi israeliani. Un pacifista, un vero nonviolento. E quindi un vero critico di Israele.

Che cos'è Israele, in che cosa consiste il conflitto israelo-palestinese? Quali sono gli ostacoli alla Pace?

Lasciamo parlare Jeff, per quello che ho scritto e registrato di quella conferenza (miei sono solo l'editing e alcune frasi di collegamento), gentilmente tradotta da Paola Canarutto, della Rete degli Ebrei contro l'Occupazione, che ha organizzato l'incontro.
Lorenzo Galbiati

Quale pace può esserci in Palestina?

La soluzione due popoli-due stati è attualmente approvata da tutti, in teoria. E' alla base della Road Map ed è ben vista dal "quartetto": USA, UE, Russia, ONU. In apparenza anche da Israele. Ma Israele vuole mantenere il controllo su tutta la Palestina; l'ideologia dello stato ebraico, il sionismo, considera terra ebraica tutta quella che si estende dal Mediterraneo al Giordano. E infatti Israele ha occupato con le sue colonie circa metà della terra in cui dovrebbe estendersi il futuribile stato palestinese.

Ecco perché la soluzione a due stati, è attualmente impercorribile. A meno che gli Stati Uniti non vogliano imporre a Israele lo sgombero delle colonie. Dico gli Stati Uniti perché per Israele l'ONU e l'UE non contano niente, solo gli USA vengono ascoltati. Ma spesso pure a loro Israele dice no. Israele è uno stato che fa quello che vuole.

I palestinesi ora vivono a Gaza, Gerusalemme est e West Bank (Cisgiordania), che costituiscono circa il 22% della Palestina storica: eppure sono disposti ad accettare uno stato solo su quel fazzoletto di terra. Questa è la "generosa offerta" dei palestinesi. Infatti, la soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese è stata accettata dall'OLP già nel 1988, e dalla Lega araba nel 2002. E questa soluzione, che prevede uno stato palestinese solo sul 22% della Palestina, è alquanto "generosa" verso Israele.

[Halper sottolinea la "generosa offerta" dei palestinesi per smascherare quella che i media hanno chiamato la "generosa offerta" di Barak. Nel 2000 a Camp David, e nel 2001 a Taba, Barak "offrì" una buona parte, circa il 95%, di quel 22% ad Arafat: era, quella, una "generosa offerta", secondo i media internazionali. Non si considerava che quella terra Israele non la può "offrire", dato che la occupa ma non la possiede. Arafat rifiutò perché l'offerta dei territori avveniva senza la sicurezza di ottenere uno stato vitale e con contiguità territoriale; inoltre, non venivano risolti due problemi imprescindibili: il ritorno dei profughi e Gerusalemme est ai palestinesi . NdA]
Perché Israele non accetta questa generosa offerta, se vuole pace e sicurezza?

Perché non vuole la pace e la sicurezza, non prima di altro.

La sicurezza? Israele è la quarta potenza atomica al mondo. Israele non può proprio aver paura di un piccolo stato palestinese male armato al suo fianco, pronto a essere invaso in caso di guerra.

La pace? Israele non rinuncia all'occupazione della Cisgiordania perché nega che ci sia una occupazione, così come nega ancora che ci sia un popolo palestinese. Non riconosce che esista una nazione palestinese, e tanto meno una nazione con il diritto all'autodeterminazione. In Israele è difficile sentir parlare pubblicamente di palestinesi, si preferisce dire che ci sono "arabi intorno" al paese. Parlare di palestinesi significherebbe riconoscere l'esistenza di una terra chiamata Palestina, ma poiché la terra dal Mediterraneo al Giordano è solo israeliana... non c'è nessuna Cisgiordania occupata, quindi non c'è bisogno di rispettare nessuna Quarta convenzione di Ginevra, non si può occupare ciò che già ti appartiene. Il sionismo come movimento nazionalista laico ha inglobato l'idea religiosa di una grande Israele dal Mediterraneo al Giordano. Quindi, sia che al potere vi siano israeliani religiosi, sia che governino dei laici, la politica israeliana non cambia. Per esempio, il progetto delle colonie, volto a occupare tutta la Palestina secondo l'idea religiosa della Grande Israele, è stato sostanzialmente progettato da Begin e Sharon, due ebrei laici.

Semplificando: non essendoci Palestina, palestinesi, e occupazione militare di quel 22% di Palestina che ora si chiama Cisgiordania, non c'è neanche una politica governativa che si occupa di questo.

L'unica cosa che c'è, in Israele è l'interesse per il terrorismo palestinese. Gli "arabi intorno" praticano il terrorismo contro Israele: SONO NEMICI, per cui non si può lasciar loro uno stato.

Su questo, così come su altre questioni, in Israele c'è una grande omologazione di pensiero. Per la recente guerra (carneficina) mossa verso Gaza, c'era il 90% di consenso nella cittadinanza. In democrazia non è normale che vi sia il 90% della popolazione d'accordo su una qualsiasi cosa.

Tuttavia, nonostante tutto ciò che nega a riguardo della Palestina e dei palestinesi, il governo israeliano sa bene che intorno a Israele ci sono 4 milioni di palestinesi da mettere da qualche parte. E' un bel problema. Nel 1948 Israele è riuscito a espellere o a far fuggire dalla Palestina metà dei palestinesi, ma che fare di questi che son rimasti? Rabin diceva che "non abbiamo finito il lavoro del 1948". Israele ha pensato e sperato di far diventare la Giordania lo stato dei palestinesi (e in effetti ora in Giordania abitano molti palestinesi) ma si è visto che non ha funzionato del tutto. Ora, poiché non gli si vuol dare uno stato, la soluzione rimasta è quella dei bantustan in stile sudafricano. In Sud Africa c'era uno stato bianco sull'89% della terra, in Israele si vuole uno stato ebraico sull'85% della terra, e i palestinesi in bantustan che costituiscano il 15% restante della terra.

Già dal 1948 la politica israeliana è quella di creare fatti concreti sul terreno irreversibili, fatti che rendono inutili le contrattazioni, il cosiddetto "processo di pace", che spesso serve più che altro a ratificare i fatti sul terreno prodotti da Israele. Se si osserva la mappa della West Bank si vede bene come non esista più una terra per uno stato palestinese, ma solo una miriade di piccole enclave, isole in cui sono immagazzinati i palestinesi. Si vede anzi quella che io chiamo la "matrice di controllo" israeliana, che si estende per tutti i territori occupati. Attualmente, il 95% dei palestinesi è racchiuso nel 40% del 22% della Palestina storica, è una zona che comprende la cosiddetta area A, sotto controllo palestinese, e l'area B, sotto controllo congiunto israelo-palestinese. Questa zona è suddivisa in 70 isole circondate da colonie israeliane.

Sul restante 60% del territorio, ci sono le colonie israeliane (circa 250): è la cosiddetta area C, che comprende le principali terre coltivabili e le risorse idriche. Poi ci sono le strade per soli ebrei e i vari posti di blocco fissi e in movimento, a impedire il normale transito per i palestinesi.

Nella zona centro-settentrionale della Cisgiordania, si può notare come il Muro si inoltri in profondità dentro la terra palestinese. A seguito del muro, ci sono 7 blocchi di colonie che Israele si vuole tenere e che, con la loro espansione, determineranno la suddivisione della Cisgiordania in un cantone a nord e in uno in centro. Il cantone centrale a sua volta viene separata da un altro cantone a sud dal progetto della Grande Gerusalemme, con il quale Israele vuole annettersi, come di fatto sta avvenendo grazie al Muro, Gerusalemme est, ossia la città che dovrebbe (doveva) diventare la capitale dello stato palestinese. In questo modo, la West Bank sta per essere suddivisa in tre super-bantustan, un cantone a nord, uno al centro, uno a sud di Gerusalemme - più Gaza.

Israele vuole isolare Gerusalemme dalla Palestina, con il Muro e con l'espansione delle colonie della Grande Gerusalemme fino al Mar Morto. Gerusalemme è il centro economico della Palestina: senza Gerusalemme è impossibile pensare a un futuro stato palestinese vitale.
La soluzione due popoli-due stati non è più praticabile

Israele potrebbe anche concedere il 90% di quel 22%, ma si terrebbe il controllo economico della zona, per esempio le zone al confine con la Giordania, che sono la risorsa di acqua del paese, poi i confini con l'Egitto, le acque sotterranee, e lo spazio aereo e navale. Il Muro stesso, che ingloba circa l'8% della Cisgiordania, delinea un altro confine, è chiamato "barriera di separazione". Hafrada è la parola ebraica per separazione, e la separazione è la base dell'apartheid. L'apartheid è la separazione di una popolazione su base etnica su cui si esercita un controllo istituzionalizzato permanente. Il controllo viene esercitato con la "matrice di controllo", ossia con colonie, che comprendono mezzo milione di coloni, strade, posti di blocco, esercito capillarmente distribuito sul territorio a terra, in mare e in aria.
Cosa fa il mondo? Obama?

A Washington dicono che Obama ha più problemi con Nancy Pelosi che con Netanyahu. Bush padre, negli anni Novanta voleva mettere sanzioni a Israele. Non c'è da stupirsi, l'80% degli ebrei americani votano democratico. Ma negli stati uniti è il Congresso a decidere. Ora, si chiede a Israele di congelare la costruzione di nuove colonie. Il governo Netanyahu non prende in considerazione l'idea di ritirare i coloni, e neanche quella di congelare la costruzione di nuove colonie per lungo tempo. Ma per dare in pasto ai giornalisti, che notoriamente non sono inclini a spiegare i dettagli, una falsa idea di disponibilità al "processo di pace", metterà in atto un piccolo stratagemma.

Israele congelerà le colonie nella West Bank per 9 mesi, mentre continuerà a colonizzare Gerusalemme est. Cosa vuol dire congelare? Vuol dire che i 4000 appartamenti nelle colonie della West Bank che sono stati assegnati recentemente saranno costruiti tra 9 mesi. Cosa farà Israele in questi 9 mesi? Approverà l'assegnazione di altri 4000 appartamenti. Ecco in cosa consiste il congelamento.

Se George Mitchell, in questi giorni in Israele non ottiene da Israele un VERO congelamento delle colonie, l'ipotesi dei due stati sarà definitivamente uccisa, perché non c'è più terra per lo stato palestinese.

[Mitchell ha fallito la sua missione in Israele, e dopo Netanyahu e Abu Mazen si sono incontrati il 22 settembre negli USA, alla presenza di Obama, che ha voluto far ripartire il "processo di pace". Netanyahu, come previsto, si è dichiarato disposto a un congelamento di soli 9 mesi per le colonie esterne alla Grande Gerusalemme, aggiungendo che non ci devono essere pre-condizioni per affrontare di nuovo il "processo di pace". Qualche settimana dopo, onde evitare di bloccare sul nascere questa occasione, Abu Mazen, e con lui l'intera ANP, ha rinunciato a chiedere che gli esiti della commissione ONU sulla guerra di Gaza, presieduta da Goldstone, che ha tacciato Israele (e Hamas) di crimini di guerra e forse anche contro l'umanità per la carneficina di Gaza, siano esaminati presto dall'ONU. E così, per volontà americana, e con il consenso di Abu Mazen, il Consiglio dell'ONU sui diritti umani ha rimandato a marzo la decisione sul rapporto Goldstone, che potrebbe incriminare l'esercito israeliano e i politici israeliani di crimini di guerra e contro l'umanità. NdA]

Obama dovrebbe presentare un piano di pace nelle prossime settimane, ma molti dicono che Obama non ha un piano di pace.

E la situazione israelo-palestinese non è una questione locale bensì globale. Da essa dipendono la pace in Medio Oriente e la pace nel mondo. La condizione in cui si trova il popolo palestinese è una condizione in cui si vengono a trovare tutti i popoli senza terra dell'umanità.
L'occupazione militare è un sistema che collasserà

Noi stiamo cercando, con il boicottaggio e la richiesta di sanzioni, di accelerare questo collasso. Noi chiediamo di sostenerci in questa campagna.

Negli USA ci sono molte chiese che praticano la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).

I portuali del Sud Africa non scaricano le merci delle navi israeliane. E' una campagna antiapartheid, non è una campagna anti-israeliana. Le sanzioni vanno chieste fino a quando non terminerà l'occupazione militare e non si formeranno due stati autonomi o uno stato bi-nazionale su tutta la Palestina, che è quello che vogliono i palestinesi della diaspora.

Il nostro lavoro, in Israele, è una resistenza nonviolenta, il cui principio è prettamente politico. Dal 1967 sono state distrutte 24 000 case palestinesi, e noi, come Icahd, ne abbiamo ricostruite solo 165. Dal punto di vista materiale si tratta di una cifra irrisoria, ma dal punto di vista politico, la nostra azione nonviolenta, svolta congiuntamente da ebrei e palestinesi, è importante. Noi vogliamo segnalare come la demolizione delle case palestinesi non avvenga per oscuri motivi di sicurezza, ma sia una operazione di pulizia etnica funzionale alla colonizzazione della Palestina. Il problema più grave è a Gerusalemme est, che è stata definita una zona verde dal 1967. I palestinesi possono costruirvi ma vi sono già 22 000 ordini di demolizione che possono essere attuati in qualsiasi momento. Gli ebrei sono ormai la maggioranza a Gerusalemme est, e ci sono altri 9 000 appartamenti a loro già assegnati, mentre è impossibile che vengano dati permessi ai palestinesi.

E come già detto, senza una Gerusalemme est palestinese, non potrà mai esserci una giusta pace in Palestina.

Da http://www.peacelink.it/editoriale/a/30367.html

giovedì, 15 ottobre 2009

09/10/2009
L'immagine pacifista di Obama, frutto della sua trascinante oratoria e di un'efficacissima campagna di marketing politico-mediatico, non regge alla prova dei fatti
 

Il Premio Nobel per la pace a Obama lascia perplessi. Il presidente del ‘cambiamento' ha mantenuto lo stesso ‘Ministro della Guerra' di Bush (Robert Gates) e con esso tutti gli impegni militari che gli Stati Uniti avevano sui diversi fronti della Guerra Globale al Terrorismo (Gwot), da Obama cosmeticamente ribattezzata ‘Operazioni di emergenza di Oltremare' (Oco).

Iraq. Il ritiro degli Usa dall'Iraq (che verrà completato entro la fine del 2011) non è motivato da ideali pacifisti, ma dalla decisione strategica di liberare risorse militari da quella che Obama ha definito la "guerra sbagliata", per impiegarle sul fonte della "guerra giusta", quella in Afghanistan.

Afghanistan. Nonostante le dichiarazioni sulla ‘nuova strategia', nei fatti Obama sta perseguendo un'escalation del conflitto raddoppiando il numero delle truppe Usa al fronte (da 32mila a 68mila in un anno, con il programma di arrivare a 100mila) e proseguendo i bombardamenti aerei che ogni giorno continuano a fare strage di civili afgani.

Pakistan. Obama ha di fatto esteso l'intervento militare Usa in Afghanistan al Pakistan, intensificando notevolmente i raid missilistici condotti dai droni volanti della Cia sulle Aree Tribali (circa 70 da quando si è insediato, in cui sono morte decine e decine di civili) e costringendo il governo di Islamabad di sferrare massicce offensive militari nelle roccaforti talebane dello Swat (che ha causato una catastrofe umanitaria con milioni di sfollati) e presto in Waziristan.

Somalia. Con Obama sono proseguiti i raid militari statunitensi in territorio somalo per eliminare esponenti di Al Qaeda e del gruppo locale di Al Sabaab: attacchi missilistici o blitz condotti da commando aviotrasportati (come quello dello scorso 14 settembre)

Filippine. Le forze speciali statunitensi continuano a combattere a fianco delle truppe filippine impegnate nelle operazioni militari contro i gruppi armati integralisti islamici considerati legati ad Al Qaeda (Abu Sayyaf e Jemaah Islamiah) che operano nelle isole più meridionali dell'arcipelago filippino.

Altri conflitti. Consiglieri e addestratori militari Usa continuano a operare su molti altri fronti di guerra: nel sud della Thailandia (contro i separatisti islamici di Pattani, anche loro accusati di legami con Al Qaeda), in Georgia (contro i separatisti osseti e abkhazi sostenuti dalla Russia), in Colombia (contro i guerriglieri delle Farc), in Niger, Mali e Tunuisa (contro le cellule locali di Al Qaeda nel Maghreb Islamico) e in Yemen (contro le milizie di Al Qaeda nella Penisola Araba dello sceicco Nasir al-Wahayshi).

Diplomazia. Anche le iniziative diplomatiche di Obama non sono tutte ‘rose e fiori'. Basta pensare all'ostacolamento di un'inchiesta indipendente sui crimini di guerra commessi da Israele a Gaza durante l'operazione ‘Piombo Fuso', alla provocatoria bufala della ‘nuova' centrale nucleare iraniana di Qom (in realtà nota agli Usa fin dal 2006), alla farsa dell' ‘abbandono' dello scudo missilistico di Bush (in realtà solo rimodulato secondo criteri più moderni), fino al rinnovo dell'anacronistico embargo economico a Cuba.

Enrico Piovesana

Si veda anche:  Barack Obama inflessibile sulla politica nucleare dell'Iran rinnova con Israele un accordo tacito stipulato nel 1969 da Richard Nixon e Golda Meir

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07/10/2009
Aspettando Goldstone
Gli Usa premono sull'Onu e ritardano la risoluzione di condanna per Israele per i crimini di Piombo Fuso
 
 

La nota è stringata, ma fa subito tanto rumore. Il Consiglio Onu per i Diritti Umani ha rimandato a marzo la decisione sul rapporto Goldstone, in merito alle violazioni dei diritti umani commesse dall'esercito israeliano e dai miliziani di Hamas. Il governo degli Stati Uniti, che non fa parte del Consiglio, ha fatto pressione per ottenere un rinvio ritenuto molto importante.

 

L'amministrazione Obama, infatti, conosceva bene le intenzioni del premier israeliano Benjamin Netanhyau che, a poche ore dalla pronuncia del Consiglio sull'operazione Piombo Fuso dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza (iniziata il 27 dicembre e terminato il 18 gennaio scorsi), aveva definito ''un attacco politico a Israele'' la condanna che emergeva dal rapporto del giudice Goldstone. L'inchiesta, in realtà, denuncia in egual misura le violazioni dei diritti umani sia dell'esercito israeliano che dei miliziani islamisti di Hamas, ma aggrava la posizione d'Israele denunciando la scarsa collaborazione delle istituzioni di Tel Aviv al lavoro del pool di giuristi dell'Onu. La polemica è scoppiata subito, con gli stati arabi inferociti, sia con gli Usa che con l'Autorità Nazionale palestinese. Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas, infatti, ha accettato il rinvio, tutto preso dalle trattative con Israele per la ripresa dei negoziati di pace e dall'accordo di pacificazione inter palestinese che Hamas e Fatah dovevano firmare al Cairo il 18 ottobre prossimo. E che ora è in forte dubbio.

 

''La decisione presa dall'Anp di accettare il rinvio delle conclusioni del Consiglio sul rapporto Goldstone è irresponsabile e avventata'', ha dichiarato il premier di Hamas Haniyeh. ''Questa decisione offende il sangue versato dai figli di Gaza durante il conflitto. Come possiamo sederci al tavolo con loro? Come possiamo firmare un accordo con persone che si comportano così'', ha tuonato Haniyeh, al quale non è parso vero di poter gettare la croce addosso al vecchio presidente, sempre più solo e danneggiato anche dallo scambio avvenuto in questi giorni, quando venti detenute palestinesi sono state rilasciate in cambio di un video del soldato israeliano Gilad Shalit, rapito nel 2006. La lotta paga, vuol dimostrare Hamas. L'Anp, invece, per il movimento islamista è poco meno di un collaborazionista d'Israele. Abbas ha tentato di recuperare, facendo la voce grossa con Israele per le cariche alla moschea di al-Aqsa di Gerusalemme, dove la polizia di Tel Aviv ha arrestato l'imam Raed Salah durante le manifestazioni dei giorni scorsi. Poco, molto poco per non apparire ormai come troppo debole agli occhi dei palestinesi. Un ginepraio, insomma, che forse non era neanche necessario, visto che il rapporto condannava anche Hamas.

 

Cos'è il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc)? Nato nel 2006, in luogo della Commissione per i Diritti Umani dell'Onu, ha sede a Ginevra ed è composto, a rotazione per un periodo di tre anni, dai delegati di 47 stati membri delle Nazioni Unite. Risponde all'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, carica ricoperta attualmente dal giudice sudafricano Navanethem Pillay. Il suo scopo, come si legge nello statuto istitutivo, è quello di ''supervisionare il rispetto e le violazioni dei diritti umani in tutti gli stati aderenti all'Onu e informare l'opinione pubblica mondiale dello stato dei diritti umani nel mondo''. Qualora il Consiglio ravvisasse violazioni dei diritti umani in un paese, per iniziativa di uno stato o di un'organizzazione non governativa, ha facoltà di istituite 'procedure speciali' di verifica.

 

Una squadra di esperti (l'Unhrc può contare su 29 insigni giuristi) nomina un Rappresentante che si reca nell'area sotto inchiesta e che relaziona al Consiglio. Quest'ultimo, analizzato il rapporto, decide a maggioranza se deliberare o meno una risoluzione non vincolante. Lo statuto è chiaro: l'Unhrc analizza anche i comportamenti degli stati che non hanno aderito al trattato istitutivo, come Israele e Stati Uniti. L'Unhrc, al momento, ha in corso 'procedure speciali' in Israele, Uzbekistan, Rep. Dem. Congo, Sudan, Burundi, Myanmar, Corea del Nord, Somalia, Haiti e Cambogia. A giugno del 2006 il Consiglio ha condannato una prima volta il governo israeliano per la violazione dei diritti umani della popolazione civile palestinese, scatenando feroci polemiche, al punto che lo stesso Kofi Annan (all'epoca Segretario Generale dell'Onu) condannò l'operato del Consiglio.

 

Da quell'episodio, il Consiglio si era tenuto alla larga da Israele. Ma l'operazione Piombo Fuso, con il massacro di almeno 1400 civili palestinesi nella Striscia di Gaza, era un'enormità troppo grande per girare la testa da un'altra parte. Il Consiglio, dunque, finito l'attacco israeliano nella Striscia, ha nominato come Rappresentante il giudice sudafricano Richard Goldstone che, come detto, ha consegnato il suo rapporto al Consiglio che avrebbe dovuto pronunciarsi venerdì. L'ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ibrhaim Dabbashi, che al momento presiede l'Assemblea Generale dell'Onu, ha chiesto una riunione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza per discutere la faccenda, ma non ha ottenuto nulla. L'unico elemento che resta di questa vicenda è l'isolamento del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

 

Isolato al punto che sul sito Shahab News vengono citate fonti attendibili secondo le quali Abbas sarebbe stato ricattato. Secondo il sito vicino ai movimenti integralisti, l'alto ufficiale dell'esercito israeliano Eli Avraham avrebbe mostrato al presidente dell'Anp un video nel quale è stata ripresa una riunione tenutasi durante l'operazione Piombo Fuso. Secondo le fonti del sito nella stanza ci sono tre persone: Abbas, il ministro della Difesa israeliano del tempo Euhd Barack e l'allora ministro degli Esteri d'Israele Tzipi Livni. Le immagini sarebbero esplosive, in quanto Barack esprime tutta la sua perplessità nel continuare un attacco che ha già causato la morte di tanti civili e l'indignazione dell'opinione pubblica internazionale, mentre Abbas lo sprona a non fermare le truppe israeliane fino a quando Hamas non fosse stata distrutta. Che il video sia veritiero è davvero improbabile, ma rende l'idea dell'opinione pubblica araba rispetto al presidente dell'Anp che, mentre Israele metteva a ferro e fuoco la Striscia, non trovava niente di meglio da fare che mandare i suoi uomini ad arrestare i militanti di Hamas in Cisgiordania.

 

Christian Elia

 

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Tutto preso da Peacereporter.net

 


scritto da: pistorius alle ore 02:45 | link | commenti
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venerdì, 18 settembre 2009

SEGNALAZIONE:

Non perdetevi la mia intervista in collaborazione con Nazione Indiana a

  JEFF HALPER




Qui: "I palestinesi, un popolo di troppo"

Traduzione di Daniela Filippin

Lorenz

E QUI POTETE ASCOLTARE L'INTERVISTA DI HALPER PER RADIO3:

http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=297669#


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L'intervista è stata ripresa da:

 1) www.radicalsocialismo.it
http://www.radicalsocialismo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=886&Itemid=76

DA CUI:

www.newstin.it
http://www.newstin.it/tag/it/145700031

taggatore.com
http://taggatore.com/articolo/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper-prima-parte

2) www.rete-eco.it
http://rete-eco.it/opposizione-israeliana/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper.html

3) www.peacelink.it
http://www.peacelink.it/palestina/a/30181.html

DA CUI:

fai.informazione.it
http://fai.informazione.it/p/E790C2BD-D91F-4B3F-A065-B6E22EE2682D/I-Palestinesi-un-popolo-di-troppo-a4-Intervista-a-Jeff-Halper-1-a4-Nazione-Indiana

4) www.palnews.org
http://www.palnews.org/story.php?title=i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-ndash-intervista-a-jeff-halper-1-ndash-nazione-indiana

DA CUI:

www.kligg.org
http://www.kligg.org/story.php?title=i-palestinesi-un-popolo-di-troppo--intervista-a-jeff-halper


5) frammentivocalimo.blogspot.com
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2009/09/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo.html

6) palestinalibera.blogspot.com
http://palestinanews.blogspot.com/2009/09/intervista-jeff-halper-1.html

7) boicottaisraele.wordpress.com
http://boicottaisraele.wordpress.com/2009/09/18/intervista-a-jeff-halper-ebreo-israeliano-sul-sionismo-e-sulla-soluzione-di-pace/#comment-49

8) blog.libero.it
http://blog.libero.it/adidposta/7692310.html

9) blog.chatta.it/masilich
http://blog.chatta.it/masilich/11118219/I-Palestinesi-un-popolo-di-troppo.aspx

10) www.memesphere.it
http://www.memesphere.it/356/primo-ministro.html

11) www.liquida.it/rifugiati-palestinesi/



martedì, 15 settembre 2009

Sig. Presidente «pro tempore» del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi,
Palazzo Chigi
00100 Roma

Lettera di ripudio

Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella
diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la
legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l'adesione
della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un'idea
di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e
illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle
quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese
di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto
pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del
consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con
le leggi varate dal suo governo in materi di immigrazione. Se lei è pronto a
smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi
da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:

< http://www.youtube.com/watch?v=Se3yqycsMyg&feature=video_response >.

Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa
dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di
Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo
secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro
gli extracomunitari . Voglio la rivoluzione contro i bambini degli
immigrati . Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la
rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono
pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo
Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): "Tutto a noi e se avanza qualcosa
agli altri, ma non avanzerà niente"». Questo il link con la sua voce in
diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:

< http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related >.

Legittimità elettorale e dignità etica

Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non
significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese
perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma
solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi
patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto
di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è
bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della
maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e
mazziati dicono a Napoli.

Quando la sua maggioranza si sveglierà dall'oppio che lei ha diffuso a piene
mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati,
nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso
modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e
della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo
viene definito come doppio furto.

Da quando lei «è sceso in campo», l'Italia ha iniziato un degrado
inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine
«berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l'Italia
sia sul piano economico (mai l'economia è stata così disastrata come sotto i
suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri,
disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai
come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da
abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come
metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di
leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».

Nei confronti dell'ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di
Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di
inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua
maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila,
milioni che faremo obiezione di coscienza all'ignobile e illegale decreto,
pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e
sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto
«persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo
ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e
disumane. La legge che definisce l'immigrazione come illegalità è un insulto
a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla
dottrina sociale della Chiesa e colloca l'Italia tra le nazioni responsabili
delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.


Essere «alto» ed essere »grande»

Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere
alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere
«grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una
visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del
tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere
dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell'antipolitica,
il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza
di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei,
da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che
in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e
per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione
per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale.
Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un
freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto. Non
faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna
Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l'ombra
del dittatore.

Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di
esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la
strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a
Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui
emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su
Repubblica.it del 28-09-2003).


La maledizione italiana

A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come
stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere
ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui
si è sempre servito per averne l'appoggio e il sostegno. Partecipa convinto
al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da
maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che
registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha
nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia
questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli
insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d'amorosi sensi» tra
lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull'Italia
ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa
delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli
affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha
usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della
cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se
volesse avere la documentazione di legga il molto istruttivo saggio di
Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L'unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano
2009.

Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al
governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse,
utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono
però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere
che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall'Opus Dei, da
Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che
si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei «comunisti» e con
l'odore satanico dei soldi.

Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una
ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che
sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono
caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L'incidente
di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo
«Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di
«Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un
granellino si sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l'altra vulgata,
tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di
mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato
di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare
sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e
nelle forme da voi progettato.

Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo
Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento - gli dissi - e si prepari alla
guerra d'autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi
(20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi
non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in tv a
dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma
nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande
precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in
Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su
tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è
infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando
impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.

Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per
gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è
ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà
indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che
deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande,
immenso» presidente che è stato lei, ma come «l'utilizzatore finale di
prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c'è che dire: lei è un
grande in bassezza e amoralità.


Spergiuro

Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti»
che tanto dispiacciano al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà
mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti
austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende,
sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione
ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l'ultima
caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo
breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia
patologica di potere. D'altronde il suo amico per la pelle non è l'ex «kgb»
Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore
tradizione comunista italiana?

Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha
giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il
«ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti,
condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro
che già Cicerone condannava con la «rovina» e l'esposizione all'umana
infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus - La pena divina
dello spergiuro è la rovina e l'infamia/il disprezzo degli uomini» (De
legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere
politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I,
UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per
sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368),
demandata all'Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto
comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica
per il g8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto
meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e
morale.

Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei
(non era difficile), ma anche l'Istituto Presidenza del Consiglio in un
letamaio senza precedenti. Mai l'Italia è stata derisa nel mondo intero
(ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo presidente del consiglio
che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per
ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent'anni, per cui si
presume lo conosca bene, è malato e come un dio d'altri tempi esige per la
sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i
problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco
abbondante.


Affari privati o deriva di Stato?

Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c'è privacy per uno che
ha portato i suoi fatti «privati» in tv attaccando indecorosamente la sua
stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha
dimenticato che sull'immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha
costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta
per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non
ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di
Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché
lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell'Istituzione
della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando
si comporta da uomo pubblico e promette carriere tv o posti in parlamento a
donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha
detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son
cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste
parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si
riferiva? C'entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si
vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?

Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private
senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore.
Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse presidente del
consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non
promettesse incarichi in aziende pubbliche (tv) o posti in parlamento se non
addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti
e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per
essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo?
Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l'abilitazione in
Calabria?

Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi
guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può
ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo
devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veroni
Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie
senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di
sua moglie a seno nudo di quando faceva l'attrice. Non credo che lei possa
dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come
cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi
non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli
orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai
che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.

Per lei è cominciato l'inizio della fine perché il suo declino è iniziato
nel momento stesso in cui è andato nella tv di Stato compiacente e, senza
contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha
cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto
l'urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte
infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel
suddetto, compiacente recital.



Strategie convergenti

Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità,
ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e
vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere
la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e
di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della
gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte a servizio del bene comune
a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni
cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità
morale, in base al principio giuridico della complicità.

Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere
per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché
lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di
un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno
ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei
con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia,
in genere felpata e compassata, in questo frangette è risorta come un sol
uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l'occasione
per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e
bertoniani. Come insegna l'amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si
gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del
popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.


Ripudio

Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia
Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella
elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l'identità della
sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei
potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con
il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come
complici di ingiustizia e di immoralità.

Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di
cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e
all'Estero, io la ripudio come politico e come presidente del consiglio: lei
non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all'estero perché lei è la
negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato
per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di
rappresentare il buon nome dell'Italia seria, laboriosa e civile e legale
che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei
abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia
la mia coscienza

Io, Paolo Farinella, prete ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro
tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a
coloro che l'adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi
ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell'etica e della
fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l'Italia dal flagello
nefasto della sua presenza.

Genova 09 settembre 2009

Paolo Farinella, prete

Da Facebook, Nota di Stato Laico
http://www.facebook.com/home.php?#/note.php?note_id=135151655895&id=122515932891&ref=nf

scritto da: pistorius alle ore 02:37 | link | commenti (1)
categorie: chiesa, berlusconi
lunedì, 07 settembre 2009

Qui una interessante discussione sui professionisti dell'antisionismo e sulla "scopa del sistema"

http://lavienbeige.wordpress.com/2009/08/15/i-professionisti-dellantisionismo/


Lorenz

scritto da: pistorius alle ore 16:34 | link | commenti
categorie: informazione, israele-palestina, pacifismo-nonviolenza
mercoledì, 15 luglio 2009

QUANTO VALE LA CULTURA IN ITALIA?

Il sottoscritto sta pensando a come viene considerato economicamente, e quindi anche culturalmente, il lavoro di commissario (esterno) di esame di stato (la "maturità"). Prendiamo un esempio a caso, il mio. La mia commissione era dislocata su due scuole, una alla periferia nord-ovest di Milano, una a Sesto San Giovanni (nord-est di Milano), lontano dalla stazione FS. Totale alunni da esaminare 60. Ho iniziato il 23 giugno e finito il 14 luglio. Abbiamo lavorato ogni giorno per non meno di 6 ore e mezza, con un picco di 14 ore il giorno della terza prova, svolta di mattino a Milano e di pomeriggio a Sesto, con correzione serale. Una media approssimativa di 9 ore di lavoro al giorno - stima arrotondata in difetto -, dovuta alle mille lungaggini burocratiche, alla pignoleria di alcuni commissari e a una scrupolosa correzione degli scritti, oltre che ai colloqui orali durati in media un’ora e un quarto per esaminando. Tirando le somme, dato che i giorni lavorativi sono stati 19, le ore di lavoro sono state circa 171. Visto che non ci sono stati dati soldi aggiuntivi per la trasferta a Sesto San Giovanni, comune al di fuori del perimetro urbano di Milano, che raggiungevamo impiegando più di mezz’ora per il tragitto extraurbano, lo stipendio netto che dovrei percepire, se non ho informazioni errate, è di circa 700 euro. 700 euro diviso 171 dà 4 euro netti all’ora. 4 euro all’ora per fare il commissario di esame di stato: questo è il prezzo della cultura in Italia (a Milano, per lo meno), così viene considerato il lavoro dell’insegnante durante l’esame di stato.

Lorenzo Galbiati

scritto da: pistorius alle ore 12:44 | link | commenti
categorie: scuola
venerdì, 19 giugno 2009

E' QUESTO L'EFFETTO OBAMA SULLA PALESTINA?

«No al protettorato sulla Palestina» | Stampa |
Scritto da Michele Giorgio, Gerusalemme   
Mercoledì 17 Giugno 2009 06:37

il Manifesto, 16 giugno 2009, II pagina

RAMALLAH
Parla Saeb Erekat, capo negoziatore di Abu Mazen: noi abbiamo già riconosciuto Israele, mentre nel discorso di domenica il suo premier ha detto di no a Obama e alla Road Map. Vuole solo la continuazione dell'occupazione e del conflitto
L'Autorità palestinese (Anp) alza la voce e denuncia come un «inganno» ai danni della comunità internazionale e un «siluro» contro il processo di pace, l'apparente accettazione da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu di uno Stato palestinese smilitarizzato e privo di reale sovranità. Alcuni dei principali esponenti dell'Anp si dicono certi che Stati Uniti e Unione Europea non si lasceranno convincere dalle «proposte mediatiche» illustrate domenica sera dal premier israeliano. Eppure dietro questa fiducia di facciata nei confronti delle posizioni della comunità internazionale, in particolare dalla Casa Bianca, tra gli uomini del presidente Abu Mazen è scattato l'allarme rosso, ed è diffuso il timore che Bruxelles e Washington possano adottare una posizione più morbida verso Netanyahu, specie sulla questione del blocco della colonizzazione israeliana della Cisgiordania. Il quotidiano al Quds al Arabi di Londra ieri ha scritto che Netanyahu ha passato «la palla nel campo arabo-palestinese». Abu Mazen, in sostanza, potrebbe finire sotto pressione di Stati Uniti ed Europa, spinto ad accettare la ripresa senza precondizioni del negoziato invocata ieri dal premier israeliano e a rinunciare al blocco della colonizzazione. Tra i più sdegnati per l'approvazione al discorso di Netanyahu giunta da non pochi esponenti dell'Ue, c'è il caponegoziatore dell'Anp Saeb Erekat.


Il premier israeliano Netanyahu ha descritto uno Stato palestinese con sovranità molto limitata, eppure Stati Uniti e Unione Europea si sono affrettati ad applaudirlo. Come lo spiega?
Non me lo spiego, anzi trovo del tutto illogico questo entusiasmo degli europei e degli americani. Forse che non hanno ascoltato le parole di Netanyahu? È stato vago su tutto, ha detto di no al blocco della colonizzazione, ha ribadito di fatto il suo no alla soluzione dei «due Stati» perché lo Stato palestinese che ha in mente in realtà è un protettorato. Ha detto di no alla Road Map, al piano di Annapolis, al discorso pronunciato (il 4 giugno al Cairo) dal presidente Barack Obama. Ha detto no a tutto, bastava sentire il suo discorso, e neppure con troppa attenzione, per capire che il disegno strategico di Netanyahu non vuole favorire la pace, ma la continuazione dell'occupazione e del conflitto israelo-palestinese. Se gli europei e gli americani preferiscono non vedere, far finta di non capire quello che dice Netanyahu, farsi prendere in giro, è un loro problema perché noi palestinesi diciamo no a questo colossale inganno.

I media di mezzo mondo non parlano d'altro che della svolta di Netanyahu che finalmente ha accettato l'indipendenza palestinese. Indipendenza palestinese? Ma di quale indipendenza parlano? Netanyahu è stato chiarissimo: quando i palestinesi accetteranno di non avere alcuna sovranità su Gerusalemme, quando rinunceranno al controllo su confini e spazio aereo, quando riconosceranno Israele come Stato degli ebrei dimenticando che nel paese vivono un milione e mezzo di arabi, quando accetteranno l'autorità di fatto di Israele sul loro territorio, allora potranno issare la bandiera, cantare l'inno nazionale e chiamare i loro villaggi Stato di Palestina. Tutto ciò è assurdo oltre che inaccettabile. Ripeto, sono molto sorpreso dal livello di approvazione che il discorso di Netanyahu ha ricevuto in Occidente.

A questo punto è possibile che Ue e Stati Uniti cerchino di convincere Abu Mazen a tornare al tavolo delle trattative, rinunciando ad ogni precondizione, e riconosca Israele quale patria del popolo ebraico. Come reagireste a eventuali pressioni di questo tipo?
Noi abbiamo capito bene il significato del discorso di Netanyahu e non cederemo di fronte a chi offre il nulla e inganna la comunità internazionale. Riguardo alla questione del riconoscimento di Israele quale Stato ebraico, il presidente Abu Mazen qualche settimana fa è stato categorico. Noi palestinesi abbiamo già riconosciuto lo Stato di Israele e continueremo a riconoscerlo nei termini che conosciamo. Non ci interessa come si vede e si autodefinisce Israele, ufficialmente siamo impegnati in un processo con lo Stato di Israele e andremo avanti così. Quando si va all'ambasciata israeliana di Roma sulla targa all'ingresso c'è forse scritto: Stato del popolo ebraico? No, c'è scritto ambasciata di Israele e noi a quello Stato continueremo a fare riferimento.

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Le stesse notizie sulla concezione di "indipendenza" della Palestina che ha Netanyahu si trovano qui:

Netanyahu's offering last night was self-righteous, defensive, and generally lacking in nuance or empathy. In his portrayal of Middle East history, Israelis are blameless victims and Arabs are nothing but untrustworthy and vengeful adversaries. There was no mention of the Arab League peace initiative and no hint that maybe, just maybe, Israel’s policies of reprisal, targeted assassinations, and territorial expansion after 1967 had also contributed to this tragic conflict. (...)

Netanyahu uttered the phrase "Palestinian state" exactly once in his remarks, preceded by the modifier "demilitarized." He gave no indication what borders he imagines for this state and did not even say that the West Bank portion should be contiguous, although he made it clear that Jerusalem would "remain the united capital of Israel". Moreover, his vision of a two-state solution -- "each with its flag, anthem and government" -- suggests that he thinks the Palestinians will accept some sort of limited self-government arrangement so long as they get to fly their own flag and sing a national song.  

Furthermore, after appealing to the Palestinians to "begin peace negotiations immediately without preconditions," he proceeded to lay out a set of preconditions that he knew would be unacceptable if not insulting. In addition to the relatively new condition (i.e., something Ben Gurion or Rabin never demanded) that the Palestinians accept not only recognize Israel’s existence (something the PLO already did back in 1988), but also recognize it as "the state of the Jewish people." Moreover, after saying that neither side should "threaten its neighbor’s security and existence," he insisted that the Palestinians agree to  permanent state of abject vulnerability. Specifically, once the Palestinians agree to have no army, no control of their air space, and to forever forswear military treaties -- then Israel "will agree to a real peace agreement."

continua: http://rete-eco.it/it/approfondimenti/politiche-israeliane/7138-the-obama-netanyahu-qdebateq.html


scritto da: pistorius alle ore 11:49 | link | commenti
categorie: guerra, razzismo, israele-palestina
lunedì, 15 giugno 2009

Occupazione e apartheid | Stampa |
Scritto da John Dugard   
Sabato 13 Giugno 2009 09:39
Riportiamo la traduzione di gran parte della trascrizione di una conferenza di John Dugard per The Jerusalem Fund il 26 marzo scorso; sul sito, ne esiste anche il video.

Abbiamo omesso alcuni paragrafi iniziali introduttivi, che si riferivano al viaggio di Dugard a Gaza e di cui uscirà un report ancora non completo. Temi della conferenza erano l'occupazione, il colonialismo e l'apartheid. È un testo molto importante, complementare alla monumentale ricerca sullo stesso argomento del team di Virginia Tilley, anche lei sudafricana. Entrambi affermano in modo inequivocabile che Israele applica nei Territori Occupati un regime di apartheid più feroce di quello praticato dal Sud Africa .

http://www.thejerusalemfund.org/ht/display/ContentDetails/i/5240/pid/897

Parlerò di occupazione e apartheid. Lasciatemi iniziare dall'occupazione. Il territorio palestinese è chiaramente occupato. A proposito della Cisgiordania, su questo non c'è discussione, per quanto riguarda la comunità internazionale. Israele ha sostenuto che Gaza ha cessato di essere territorio occupato sin dal 2005 – da quando, cioè, ha ritirato coloni e forze militari dalla Striscia; ma è una tesi che il Comitato Internazionale della Croce Rossa e, credo, tutta la comunità internazionale, con la possibile eccezione degli Stati Uniti, rifiuta. Si ritiene che Gaza sia nei fatti occupata da Israele, perché questo ne controlla i confini, lo spazio marittimo e aereo, e vi compie abbastanza regolarmente incursioni militari. Penso che la posizione degli Stati Uniti, definita da Condoleeza Rice, ex Segretario di Stato, fosse quella di considerare la Striscia come un'entità abbastanza ostile. Non si capisce cosa significhi. Ma si spera che l'amministrazione Obama metta in chiaro che considera Gaza e la Cisgiordania come territori occupati.

L'occupazione militare è un regime tollerato dal diritto internazionale. Non è approvata. La Quarta Convenzione di Ginevra, che regola la condotta del potere occupante, stabilisce che lo stato che occupa ha l'obbligo di prendersi cura dell'assistenza alla popolazione occupata e, in particolare, di assicurare che le strutture sanitarie ed educative siano rispettate e promosse. Ma naturalmente, tutti sappiamo che Israele per l'appunto ignora tale obbligo, dato che la comunità dei donatori internazionali è in larga parte responsabile dell'assistenza al popolo palestinese. È abbastanza chiaro che il diritto internazionale non contempla un lungo periodo di occupazione, un'occupazione prolungata, che in questo caso si protrae da più di 40 anni. Il governo israeliano tende a considerare che, quanto più questa si protrae, tanto minori sono gli obblighi. Penso però che l'opinione generalmente accettata sia che valga esattamente l'opposto.

Così Israele occupa. Ma negli ultimi 40 anni abbiamo visto aggiungersi due altri elementi: il colonialismo e l'apartheid. E questo tende a rendere più gravi le condizioni nei territori palestinesi. Non credo che ci sia da discutere sul colonialismo in Palestina, ed in particolare in Cisgiordania, da quando i coloni si sono ritirati da Gaza, nel 2005. In Cisgiordania i coloni ebrei sono quasi mezzo milione. Il loro numero è in aumento, benché una successione di governi israeliani abbia promesso di fermare le colonie. È interessante notare che si sta costruendo in circa 88 dei 149 insediamenti cisgiordani. Il tasso di crescita negli insediamenti è del 4,5%; in Israele è pari allo 1,5%. È importante prendere in considerazione non solo gli insediamenti, ma anche il territorio cisgiordano assegnato a scopi militari ed a riserve naturali. Così si può dire che circa il 38% della Cisgiordania è interdetto ai palestinesi. Allora in Cisgiordania c'è una forma di colonialismo, e il colonialismo non è ammesso dal diritto internazionale. È chiaramente illegale. Gli insediamenti non solo costituiscono una forma di colonialismo, ma violano pure la Convenzione di Ginevra. Questo rappresenta pertanto una patente illegalità da parte di Israele.

L'altro elemento introdotto è l'apartheid. Ed è importante sottolineare che l'apartheid è illegale non solo in Sud Africa, ma che è stato dichiarato tale anche nel diritto internazionale. Nel 1973 c'è stato un accordo sull'apartheid, adottato dall'ONU. In breve, sancisce che l'infliggere ad appartenenti ad un gruppo etnico gravi danni fisici o psichici, trattamenti disumani o degradanti, il creare deliberatamente condizioni che impediscano il pieno sviluppo del gruppo stesso e così via, negando i diritti umani e le libertà fondamentali, quando tali atti sono commessi allo scopo di istituire e mantenere il dominio di un gruppo etnico su un altro e di opprimerlo in modo sistematico, [costituiscono un crimine, quello di apartheid]. Abbiamo quindi una definizione, una definizione generale dell'apartheid; è stata ora inserita nello Statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale, e il crimine di apartheid è considerato far parte dei crimini contro l'umanità. È abbastanza chiaro, quindi, che, in base alla legge internazionale, è illegale. Naturalmente Israele sostiene che la propria politica non costituisce apartheid, e dichiara che non vi è traccia di discriminazione razziale nella sua prassi o nella sue politiche; sostiene che lo scopo dell'occupazione è semplicemente quello di mantenere la legge e l'ordine in attesa di un accordo di pace, non quello di mantenere il dominio di un gruppo su un altro.

Penso che sia importante sottolineare che sussistono importanti differenze tra il modo di applicare l'apartheid in Sud Africa e le politiche e la prassi nei territori occupati. È chiaro che i sistemi non sono identici. Vi sono però molti aspetti simili. Vorrei solo parlare di quelle che considero le tre caratteristiche dominanti dell'apartheid in Sud Africa, analizzando fino a che punto si applicano al territorio palestinese. Prima di tutto c'era quello denominato “apartheid strutturale”; era la separazione territoriale. Poi c'era descritto, in modo scorretto, come “apartheid minore”; era la discriminazione razziale. E, al terzo punto, vi erano le leggi sulla sicurezza.

Bene, come si caratterizza Israele per quanto riguarda lo “apartheid strutturale”? Vi sono bantustan in Cisgiordania? Penso che la risposta sia 'sì'. Vediamo davvero una frammentazione territoriale del tipo promosso dal governo del Sud Africa, nei termini della politica di bantustanizzazione. Prima di tutto osserviamo che si costituisce una separazione molto netta tra la Cisgiordania e Gaza. Ma nella stessa Cisgiordania troviamo fondamentalmente una separazione fra tre o più territori ed alcune enclave aggiuntive, con un centro, un nord e un sud. Ed è abbastanza chiaro che il governo israeliano avrebbe piacere di considerare l'Autorità Palestinese come una specie di regime fantoccio, in un bantustan. Così, vi sono somiglianze di quel tipo.

Poi si arriva a quello denominato “apartheid minore”: la discriminazione. Vi sono molte prove di tali discriminazioni. Vi sono, naturalmente, strade separate per coloni e per palestinesi. E lasciatemi aggiungere, rapidamente, che in Sud Africa non abbiamo mai avuto strade separate per neri e bianchi. C'è la discriminazione nella Zona di Giunzione, che è l'area tra la Linea Verde e il Muro. I cittadini israeliani vi hanno libero accesso, mentre ai palestinesi occorrono permessi, che sono raramente assegnati.

Vi è poi tutta la questione dei diritti di costruire. Come sapete, in base alla legge israeliana, i palestinesi non possono costruire case a Gerusalemme Est o nell'Area C - che comprende la maggior parte della Cisgiordania – senza permessi. E le licenze, nella maggioranza, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono accordate; il risultato è che, per ragioni cosiddette amministrative, vi è una tremenda demolizione di case. Vediamo che avviene adesso a Gerusalemme. Così, questa è una prassi di demolire abitazioni, pure simile a quanto avveniva in Sud Africa.

Quarto, c'è la libertà di circolazione. In Sud Africa, avevamo in passato un sistema di leggi che richiedeva a tutti i neri di avere con sé i documenti e giustificare la loro presenza ovunque si trovassero. Ed era vietato loro l'ingresso nelle aree urbane senza uno permesso speciale. Così era severamente ristretta la libertà di circolazione. Ma ritengo sia vero che ai palestinesi siano imposte restrizioni peggiori. Ci sono più di 600 posti di blocco in Cisgiordania. È alquanto strano che Israele sostenga di aver costruito una cosiddetta barriera di sicurezza per tenere fuori dal proprio territorio gli attaccanti suicidi, ma che poi, in aggiunta, abbia eretto questi posti di blocco. E propendo a ritenere che l'unico loro obiettivo sia quello di discriminare, umiliando.

Quinto, il problema della riunificazione famigliare. Di nuovo, questa è una pratica manifestamente discriminatoria. Come sapete, i palestinesi che vivono in Israele non possono portare lì il coniuge se questi proviene dai Territori palestinesi Occupati; intanto, ai palestinesi dei Territori Occupati non si permette di portare lì il coniuge, se questi proviene da un Paese estero. Così, abbiamo davvero un sistema discriminatorio.

La terza caratteristica dell'apartheid era l'apparato di sicurezza. Per mantenere il controllo bianco, le autorità sudafricane avevano introdotto misure draconiane di sicurezza, che si concretizzavano nel detenere e processare un gran numero di attivisti politici. Ma, naturalmente, lo stesso avviene in Israele. Adesso nelle prigioni israeliane ci sono circa 11mila detenuti palestinesi; e vi sono accuse molto serie di torture a detenuti e prigionieri.

Dunque, qual è la differenza principale? La differenza principale che riscontro tra il sistema di apartheid sudafricano e quello che prevale nei Territori palestinesi Occupati è che in Sud Africa il regime era più onesto. Avevamo un sistema legale rigido, che prescriveva con grande esattezza come dovesse avvenire la discriminazione, e come implementarla. C'era un'ossessione per i dettagli e la legalità, in un modo molto simile a come avveniva nella Germania nazista. Nel caso di Israele, lo si nasconde. C'è una bellissima storia narrata da Shulamit Aloni, ex ministro dell'Istruzione in Israele, di un confronto con un soldato dell'IDF (letteralmente: Forze Israeliane di Difesa) mentre arrestava un palestinese e gli confiscava la carta [di identità], perché aveva guidato su una strada riservata ai coloni. Lei aveva obiettato: “Ma come può sapere che questa è una strada ad uso esclusivo dei coloni? Non vi è indicato in alcun modo”. E lui: “Certo che i palestinesi lo sanno, o che dovrebbero saperlo”. Aveva aggiunto: “Cosa vuole che facciamo? Vuole che mettiamo cartelli ad indicare 'solo palestinesi', 'solo coloni'? In modo che tutti dicano che siamo uno stato di apartheid come il Sud Africa?” Così, c'è questo nascondere la discriminazione; esistono quindi differenze.

Immagino che mi chiederete qual è il regime peggiore. Come bianco sudafricano, trovo difficile rispondere: pur avendo vissuto in Sud Africa per tutto il periodo dell'apartheid, non ero ovviamente soggetto alle leggi discriminatorie, rivolte e dirette contro i neri. Ma quel che è interessante è che ogni nero sudafricano che aveva visto i territori palestinesi e a cui ho parlato era inorridito; hanno tutti sostenuto senza esitare che il sistema adottato in Palestina è peggiore. E questo per un certo numero di motivi.

Prima di tutto credo che si possa dire che vi sono caratteristiche del regime israeliano nei territori occupati che ai sudafricani erano sconosciute. Non abbiamo mai avuto un muro a separare i neri dai bianchi. So che viene chiamato il Muro dell'apartheid, ma è davvero un termine improprio: in Sud Africa non c'era alcun muro di quel genere. E, come ho detto, non vi erano strade separate. Queste sono caratteristiche nuove, proprie del regime di apartheid israeliano.

In secondo luogo, le imposizioni sono molto più rigide. In Cisgiordania, per non parlare di Gaza, ci sono ripetute incursioni militari. Gaza tende ad attirare una maggiore attenzione, ma vi sono in Cisgiordania continui raid condotti dalle forze dell'IDF; si compiono arresti, si spara ai palestinesi e li si uccidono. Quello che è interessante è che in Sud Africa gli attivisti politici erano processati dai tribunali penali regolari del territorio, con dibattimenti pubblici. In Israele, invece, i palestinesi sono processati da tribunali militari, basati su norme e regolamenti di emergenza ereditati dai britannici, che non sono tribunali in senso proprio. Forse la differenza più importante è che l'apartheid israeliano non ha caratteristiche positive. Il regime di apartheid sudafricano aveva davvero provato a pacificare la maggioranza nera offrendo benefici materiali. Così, erano state costruite scuole e università; il regime aveva costruito anche ospedali e ambulatori. Nelle aree nere erano state costruite fabbriche speciali, per incoraggiare gli operai a lavorare nelle zone africane. Così vi era un aspetto molto positivo dell'ordinamento dell'apartheid, anche se solo materialistico. Invece, nei Territori Occupati, Israele praticamente non contribuisce affatto ad assistere la popolazione palestinese: lascia tutto alla comunità dei donatori. Naturalmente questo solleva il problema, dibattuto molto vigorosamente in Palestina, se sia saggio che i Paesi donatori tolgano ad Israele le castagne dal fuoco; se non sia meglio ritirarsi, lasciando che tutto il mondo veda la cattiveria degli israeliani in Palestina. Ma è una questione separata.

Vorrei concludere commentando sulla reazione della comunità internazionale, perché qui c'è un'altra grande differenza. Vi ricorderete che il regime di apartheid era vituperato internazionalmente, negli Stati Uniti, nell'Occidente e in tutto il mondo. Gli Stati avevano applicato sanzioni al regime d'apartheid. Le Nazioni Unite erano attive, pure imponendo alcune sanzioni al Sud Africa. La comunità internazionale considerava l'apartheid un regime illegale, ritenendo che si dovesse fare di tutto per sbarazzarsene. Invece, nel caso di Israele, sebbene vi siano serie e palesi violazioni del diritto internazionale, sappiamo che i Paesi occidentali o la comunità internazionale non prendono alcuna iniziativa. Sappiamo tutti qual è il motivo. Posso supporre che diciate che, in ultima analisi, negli Stati Uniti è la forza dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e la lobby evangelica; penso però che in Occidente, in genere, sia il senso di colpa per lo sterminio egli ebrei, come se ne fossero responsabili i palestinesi anziché l'Europa. E così vediamo applicare nei confronti di Israele la politica 'due pesi, due misure'. Secondo me, questo ha gravi implicazioni per il futuro. Si possono comprendere le affermazioni del Presidente [sudanese], [Omar] al-Bashir: “Va bene sottopormi a un mandato d'arresto, ma che dire di Gaza?” Ed è l'appello che si ode ripetutamente, nel mondo in via di sviluppo. Ci si chiede di agire contro il Sudan, lo Zimbabwe e Burma, per le violazioni dei diritti umani, ed io ritengo che lo si debba fare. Ma i Paesi in via di sviluppo hanno replicato: “Perché dobbiamo intraprendere delle azioni contro questi Stati, quando voi stessi siete impegnati a difendere Israele?”

 

In tale situazione, è molto difficile immaginare cosa accadrà. Le Nazioni Unite mi hanno deluso parecchio. L'Assemblea Generale e il Consiglio dei Diritti Umani hanno pochissimi poteri. Il Segretario generale dell'ONU è, diciamo, timido. Il Consiglio di Sicurezza è ostacolato dal veto, e il Quartetto, che ha un'origine molto sospetta, è chiaramente sotto il controllo degli Stati Uniti. Nel 2004, la Corte internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo, affermando l'illegalità del Muro. Il che è stato semplicemente ignorato dal Consiglio di Sicurezza, dal Segretario Generale e dal Quartetto. Si richiede che esprima un altro parere consultivo sulle conseguenze di una prolungata occupazione unita ad apartheid e colonialismo. Ma, di nuovo, è probabile che un tale parere, anche se espresso, sia ignorato.

 

Ma ritengo che vi siano alcuni segnali di speranza, per quanto riguarda i movimenti nella società civile. Nelle chiese, nei campus universitari e nei sindacati si pone il problema di agire contro Israele, a proposito della Palestina. Propendo a pensare, ad avere l'impressione che l'opinione pubblica stia cambiando, anche se la politica dei governi rimane all'incirca la stessa.

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 Il professor John Dugard è stato relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi Occupati, e visiting professor onorario di diritto alla Duke University.

 Questa trascrizione si può utilizzare senza chiedere autorizzazioni, purché sia attribuita correttamente a The Palestine Center.

Le opinioni del relatore non necessariamente riflettono quelle de The Jerusalem Fund.

 Traduzione di Carlo Tagliacozzo e Paola Canarutto per www.rete-eco.it


scritto da: pistorius alle ore 04:42 | link | commenti
categorie: razzismo, israele-palestina, dugard
lunedì, 20 aprile 2009

Da http://www.peacelink.it/editoriale/a/29277.html

A dieci anni dal bombardamento NATO della televisione nazionale serba

Oggi chiediamo che l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema offra pubblicamente le proprie scuse ad ognuna delle vittime con un atto formale e solenne.
19 aprile 2009 - Alessandro Marescotti (presidente di PeaceLink)

La notte del 23 aprile 1999 la Nato bombarda gli studi della RTS, la televisione nazionale serba a Belgrado, stroncando la vita di sedici persone: Tomislav Mitrovic, 61 anni, regista; Ivan Stukalo, 34 anni, programmista; Slavisa Stevanovic, 32 anni, programmista; Ksenija Bankovic, 28 anni, mixer video; Jelica Munitlak, 28 anni, truccatrice; Milovan Jankovic, 59 anni, meccanico; Dragan Tasic, 31 anni, tecnico; Aleksandar Deletic, 31 anni, cameraman; Darko Stoimenovski, 26 anni, tecnico; Nebojsa Stojanovic, 27 anni, tecnico; Slobodan Jontic, 54 anni, montatore; Slavina Stevanovic, 32 anni, programmista; Dejan Markovic, 40 anni, guardia; Milan Joksimovic, 47 anni, guardia; Branislav Jovanovic, 50 anni, programmista; Sinisa Medic, 33 anni, tecnico; Dragorad Dragojevic, 27 anni, guardia.

C'e' chi ha ritenuto giusta la morte di queste persone con lo scopo dichiarato di affermare i diritti umani attraverso una "guerra umanitaria" che ha violato il diritto internazionale e lo stesso statuto della Nato.

L'articolo 5 dello Statuto Nato prevede l'uso della forza armata solo in questo caso:

"Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America Setentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica".

Il Kosovo non era una nazione della Nato ma dieci anni fa era parte della Repubblica Federale Jugoslava.

Inoltre le convenzioni di Ginevra, con il primo protocollo aggiuntivo del 1977, stabiliscono che "il diritto

Massimo D'Alema

Massimo D'Alema
Autore: Anna Maria De Caroli
Fonte: www.massimodalema.it
Chiudi

delle Parti in conflitto di scegliere metodi e mezzi di guerra non è illimitato'', e all'articolo 48 dello stesso protocollo obbligano le parti in conflitto a "fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione civile ed i combattenti, nonché fra beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari''.

Quindi il bombardamento di una TV di stato e la conseguente strage fu un crimine in violazione della Convenzione di Ginevra e un'aperta violazione delle finalità della Nato. Dieci anni fa più di qualcuno si macchiò la coscienza di sangue. Si trattava di semplici operatori, come tecnici, elettricisti, un mixer, una truccatrice... che male avevano fatto ognuno di loro al Kossovo, a Massimo D'Alema e a noi tutti?

La responsabilità è sempre personale e mentre loro non avevano alcuna responsabilità personale nei crimini di allora, chi ha consentito il bombardamento ha una precisa responsabilità personale.

 

Ma il governo italiano pensò mai di scusarsi con le famiglie delle persone uccise nella sede della RTS?

Se è giusto battersi contro la pena di morte verso chi ha compiuto un omicidio, perché allora condannare a morte 16 persone senza processo e senza che avessero commesso alcun omicidio?

Siamo di fronte alla barbarie. La guerra è barbarie perché è condanna a morte senza processo. La guerra è terrorismo, basta leggere le testimonianze di Djordie Vidanovic. E' per questo che l'articolo 11 della nostra Costituzione bandisce la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Oggi chiediamo che l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema offra pubblicamente le proprie scuse ad ognuna delle vittime con un atto formale e solenne.

Invitiamo tutti coloro che hanno memoria storica, dai semplici iscritti al Partito Democratico fino a chi che ha lottato dieci anni fa contro la guerra, a chiedere un gesto riparatore scrivendo a info@massimodalema.it

A dieci anni dalla guerra sarebbe significativo un gesto di sincero pentimento di fronte alla strage e alle proprie gravi responsabilità.

Note:

Per ricordare quelle terribili giornale di bombardamenti invitiamo a leggere il diario del prof. Djordje Vidanovic, docente di Linguistica e Semantica presso l' Università di Nis, che dieci anni fa PeaceLink pubblicò qui http://web.peacelink.it/kossovo/lettere/vidanovic.html

Per un'ampia rivisitazione della guerra di dieci anni fa in cui l'Italia partecipò con i propri bombardieri si può consultare l'articolo di Carlo Gubitosa su http://www.peacelink.it/editoriale/a/25261.html

 


scritto da: pistorius alle ore 02:21 | link | commenti (1)
categorie: guerra, dalema, ex jugoslavia
mercoledì, 01 aprile 2009

Sull’antisemitismo, i boicottaggi e l’affaire Hermann Dierkes    
Scritto da I promotori dell'appello   
Lunedì 30 Marzo 2009 09:33
Una lettera aperta di militanti ebrei ed ebree per la pace
Siamo dei/delle militanti per la pace di origine ebraica. Alcuni/e tra noi si identificano in questo modo; altri/e no. Ma tutti/e ci opponiamo a coloro che pretendono di parlare in nome di tutti gli ebrei ed ebree o che usano l’accusa di antisemitismo per cercare di reprimere la legittima protesta.
Siamo indignati/e dalle accuse contro Hermann Dierkes, un sindacalista e dirigente del partito di sinistra (Die Linke) nella città tedesca di Duisburg. In reazione all’attacco israeliano contro Gaza, Dierkes ha espresso l’opinione che uno dei modi in cui i palestinesi potrebbero essere aiutati a ottenere giustizia potrebbe essere il sostegno l’appello del Forum Sociale Mondiale per il boicottaggio delle merci israeliane, in modo da esercitare una pressione sul governo israeliano.
Dierkes è stato sottoposto a denunce al vetriolo su grande scala che lo accusano di antisemitismo e di far appello a una ripetizione della politica di boicottaggio dei prodotti ebraici attuata dai nazisti negli anni trenta. Dierkes ha risposto affermando che «le parole del FSM nulla hanno a che vedere con le campagne antiebraiche di tipo nazista, ma mirano solo a cambiare la politica di oppressione dei palestinesi messa in atto dal governo israeliano».
Nessuno ha accusato Dierkes di antisemitismo in altre occasione salvo che per il suo sostegno al boicottaggio. Tuttavia, egli è stato accusato di «puro antisemitismo» (Dieter Graumann, vicepresidente del Consiglio Ebraico Centrale), di pronunciare parole equiparabili a « una esecuzione di massa ai margini di una foresta ucraina» (Achim Beer, editorialista del Westdeutsche Allgemeine Zeitung) e di fare «propaganda nazista» (Hendrik Wuest, segretario generale della CDU).
Noi, firmatari, abbiamo punti di vista differenti sull’opportunità e sull’efficacia dell’appello al boicottaggio. Alcuni/e tra noi pensano che un simile boicottaggio è una componente essenziale di una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni che può porre fine a quaranta anni di occupazione israeliana; altri/e pensano che il miglior modo di esercitare pressione sul governo israeliano è un boicottaggio più selettivo, mirato alle istituzioni e alle ditte che sostengono l’occupazione. Ma tutti e tutte siamo d’accordo sul fatto che sia essenziale esercitare pressione sul governo israeliano se si auspica che pace e giustizia vincano in Medio Oriente, come siamo tutti/e d’accordo sul fatto che un appello al boicottaggio di Israele nulla a che vedere con la politica nazista del «Non comprate dagli ebrei».
E’ antisemita boicottare Israele per mettere fine all’occupazione quanto era anti-Bianco boicottare il Sud Africa per mettere fine all’apartheid. I movimenti per la giustizia sociale hanno spesso fatto appello al boicottaggio o al disinvestimento, fosse contro il regime militare il Birmania o contro il governo del Sudan. Che fossero opportuni o meno, questi appelli non sono assolutamente discriminatori.
La violenza in Medio Oriente, in effetti, ha prodotto alcuni atti di antisemitismo in Europa. Come nel caso in cui a Roma vi è stato un appello al boicottaggio dei negozi appartenenti agli ebrei, che è stato largamente e adeguatamente condannato. Deploriamo un simile fanatismo. I crimini di Israele non possono essere attribuiti agli ebrei nel loro insieme. Ma, allo stesso tempo, un boicottaggio di Israele non può essere presentato come equivalente a un boicottaggio degli ebrei nel loro insieme.
Una forma grave e inquietante di razzismo che oggi si sviluppa in Europa è l’islamofobia e la xenofobia dirette contro gli immigrati dai Paesi musulmani. Dierkes è stato in prima fila tra i/le militanti per la difesa dei diritti dei/delle immigrati/e, mentre alcuni/e di coloro che accusano di antisemitismo chi critica Israele spesso partecipano – come il governo di Israele – a queste forme di razzismo.
La Shoah è stato uno degli eventi più orribili della storia contemporanea. Significa disonorare le sue vittime, utilizzare la loro memoria come un randello per ridurre al silenzio quelli e quelle che giustamente criticano il trattamento inqualificabile di cui sono vittime i palestinesi per mano di Israele.
[Ci siamo dati solo una settimana per raccogliere le firme per questa petizione e lo abbiamo fatto in un piccolo numero di Paesi. Ci scusiamo con coloro che avrebbero voluto firmare, o che hanno inviato la propria adesione in ritardo perché fosse integrata nell’elenco. Per qualunque informazione sui modi di sostenere questa iniziativa, si prega di scrivere al seguente indirizzo: Dierkes.Letter@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ]

FIRME
(Le istituzioni sono menzionate solo a fini di identificazione)

GERMANIA
Galit ALTSHULER, European Jews for Just Peace
Linda BENEDIKT
Stacey BLATT
Elias DAVIDSSON, Komponist, Menschenrechtler
Ilil FRIEDMAN, European Jews for Just Peace
Ruth FRUCHTMAN, Writer, European Jews for Just Peace
Harri GRÜNBERG, Mitarbeiter der Bundestagsfraktion DIE LINKE
Iris HEFETS, European Jews for Just Peace
Tal HEVER
Michal KAISER-LIVNE, European Jews for Just Peace
Kate KATZENSTEIN-LEITERER, European Jews for Just Peace
Jason KIRKPATRICK
Felicia LANGER
Mieciu LANGER
Jean Joseph LEVY
Edith LUTZ, European Jews for Just Peace
Jakob MONETA, früherer Chefredakteur der Zeitung Metall
Abraham MELZER, Publisher, European Jews for Just Peace
Moshe PERLSTEIN, European Jews for Just Peace
Fanny Michaela REISIN, European Jews for Just Peace
Paul Otto SAMUELSDORFF
Lawrence ZWEIG, Solidarity International

BELGIO
Marc ABRAMOWICZ, Psychothérapeute
Mateo ALALUF, Professeur, Université libre de Bruxelles
Joëlle BAUMERDER, Directrice institution culturelle
Marianne BLUME, Professeur
Jacques BUDE, Professeur émérite Université libre de Bruxelles
Willy ESTERSOHN, Union des Progressistes Juifs de Belgique
Fanny FILOSOF
Thérèse FRANKFORT, Professeur
Victor GINSBURGH, Professeur émérite, Université libre de Bruxelles
Tom GOLDSCHMIDT, Journaliste
Martine GOLDSTEIN, Psychologue, Université libre de Bruxelles
Henri GOLDMAN, Auteur
José GOTOVITCH, Professeur retraité
Anne HERSCOVICI, Sociologue
Miaden HERZL
Henri HURWITZ, Professeur émérite, Université libre de Bruxelles
Paul JACOBS, Professeur, Université libre de Bruxelles
Willy KALB
Daniel LIEBMAN, Romaniste
Léon LIEBMAN, Magistrat honoraire
Nicole MAYER, Professeur émérite, Université libre de Bruxelles
Henri ROANNE-ROZENBLATT, Journaliste
Dominique RODRIGUEZ, Union des Progressistes Juifs de Belgique
Edith RUBINSTEIN, Femme en noir
Serge SIMON, Ecrivain et Union des progressistes juifs de Belgique
Michel STASZEWSKI, Professeur
Léo TUBBAX
Elie VAMOS, Médecin
Esther VAMOS, Professeur émerite, Université libre de Bruxelles
Serge VIDAL
Jean VOGEL, Professeur, Université libre de Bruxelles
Laurent VOGEL, Professeur, Université libre de Bruxelles
Henri WAJNBLUM, Co-président de l'Union des Progressistes Juifs de Belgique

CANADA
Elizabeth BLOCK, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism, Women in Solidarity with Palestine, Independent Jewish Voices
Corey BALSAM, Student
Julia BARNETT
Lawrence BOXALL, Jews for a Just Peace
Mark Robert BRILL
Anne-Marie BRUN
Smadar CARMON, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism
James DEUTSCH, MD
Judith DEUTSCH, MSW, President, Science for Peace
Gordon DOCTOROW
Inge FLEISCHMANN FOWLIE, Independent Jewish Voices
Barry FLEMING
Matt FODOR
Inge FOWLIE
Daniel FREEMAN-MALOY, Activist and writer
Sam GINDIN, York University
Rachel GUROFSKY, Trent University
Larry HAIVEN, Saint Mary's University
Jean HANSON, Independent Jewish Voices
Jake JAVANSHIR, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism
Mira KHAZZAM, Independent Jewish Voices
Mark KLEIN
Naomi KLEIN, Author
Jason KUNIN
Richard Borshay LEE, Professor Emeritus, University of Toronto
Abby LIPPMAN, Independent Jewish Voices
Henry LOWI
Elizabeth MOLCHANY, Esquire
Rabbi David MIVASAIR, Ahavat Olam Synagogue, Vancouver
Joanne NAIMAN
Yakov M. RABKIN, Professeur titulaire, Département d'histoire, Université de Montréal
Diana RALPH, Independent Jewish Voices
R.S. RATNER, University of British Columbia
Herman ROSENFELD, Instructor, Labour Studies, McMaster University
Martha ROTH, United Jewish Voices-BC
Marty ROTH, United Jewish Voices-BC
Regine SCHMID
Alan SEARS, Ryerson University
Edward SHAFFER, University of Alberta
Sid SHNIAD, Independent Jewish Voices
Greg STARR, Jews for a Just Peace
Vera SZOKE
Judith WEISMAN
Suzanne WEISS, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism

STATI UNITI
Deborah AGRE, Middle East Children's Alliance
Michael ALBERT, ZNet
Barbra APFELBAUM, Riverside Language Program, New York City
Rann BAR-ON, International Solidarity Movement and North Carolina Coalition for Palestine
Trude BENNETT
Phyllis BENNIS, Institute for Policy Studies
Carl BLOICE, Committees of Correspondence for Democracy & Socialism
Audrey BOMSE, Lawyer
Daniel BOYARIN, University of California-Berkeley
Lenni BRENNER
Stephen Eric BRONNER, Director of Global Relations, Center for the Study of Genocide, Conflict Resolution, & Human Rights, Rutgers University
Judith BUTLER, Professor, University of California-Berkeley
Leslie CAGAN, National Coordinator, United for Peace and Justice
Ellen CANTAROW, Writer
Barbara H. CHASIN, Professor Emerita, Montclair State University
Noam CHOMSKY, Professor Emeritus, Massachusetts Institute of Technology
Jill Hamburg COPLAN, Journalist
Lawrence DAVIDSON, West Chester University
Daniel ELLSBERG, Revealed Pentagon Papers, writer
Carolyn EISENBERG, Hofstra University
Judith FERSTER, Jewish Voice for Peace and BritTzedek
Michelle FINE, Graduate Center, City University of New York
Barry FINGER, Editorial board, New Politics
David FINKEL, Managing Editor, Against the Current
Norman G. FINKELSTEIN, Independent scholar
Laurie FOX
Racheli GAI, Co-editor, Jewish Peace News
Irene GENDZIER, Boston University
Jack GERSON, Oakland Education Association Executive Board
Alice GOLIN, Bloomfield-Glen Ridge NJ Peace Action
Steve GOLIN, Bloomfield College
Linda GORDON, Professor of History, New York University
Marilyn HACKER, Writer, City College of New York
Stanley HELLER, Moderator "Jews Who Speak Out"; Host "The Struggle" TV news magazine
Edward S. HERMAN, Professor Emeritus, Wharton School, University of Pennsylvania
Carol HORWITZ, "Jews Say No"
Louis KAMPF, Professor Emeritus, Massachusetts Institute of Technology
Stan KARP, Rethinking Schools
Melanie KAYE/KANTROWITZ, Queens College, City University of New York
Richard LACHMANN, University at Albany - State University of New York
Joanne LANDY, Campaign for Peace & Democracy
Jesse LEMISCH, Professor Emeritus, John Jay College of Criminal Justice
Howard LENOW, American Jews For A Just Peace
Zachary LEVENSON, University of California-Berkeley
Joseph LEVINE, Professor of Philosophy, University of Massachusetts
Mark LEVINE, Professor of Middle East History, University of California, Irvine
Nelson LICHTENSTEIN, University of California, Santa Barbara
Lawrence LIFSCHULTZ, Author and journalist
Zachary LOCKMAN, New York University
Marvin MANDELL, Co-editor, New Politics
Joan NESTLE
Henry NOBLE, National Secretary, U.S. Section, Freedom Socialist Party
Judith NORMAN, Co-editor, Jewish Peace News
David OST, Hobart & William Smith Colleges
Frances Fox PIVEN, Graduate Center, City University of New York
Karen REDLEAF, International Jewish Anti-Zionist Network
Adrienne RICH, Poet and activist
Bruce ROBBINS, Columbia University
Robert C. ROSEN, William Paterson University
Deborah ROSENFELT, Professor of Women's Studies, University of Maryland
Emma ROSENTHAL, Cafe Intifada/Los Angeles Palestine Labor Solidarity Committee
Paula ROTHENBERG, Professor Emerita, William Paterson University
Matthew ROTHSCHILD, Editor, The Progressive magazine
Rachel RUBIN, University of Massachusetts, Boston
Marjorie SCHEER, Jews for a Just Peace - North Carolina
Michael SCHWARTZ, Stony Brook State University
Alexander SHALOM, Lawyer
Beverly SHALOM, Social worker
Evelyn R. SHALOM, Health educator
Stephen R. SHALOM, William Paterson University
Sami SHALOM CHETRIT
Ira SHOR, City University of New York
Jerome SLATER, Writer
Stephen SOLDZ, Co-founder, Coalition for an Ethical Psychology
David S. SURREY, Saint Peter's College
Norman TRAUB
Carol WALD, War Resisters League
Richard I. WARK, Jews for a Just Peace-North Carolina
Lois WEINER, Professor of Education, New Jersey City University
Adrienne WELLER
Eleanor WILNER, Writer
Howard ZINN, Historian

FRANCIA

Houria ACKERMANN, Directrice de crèche
Nuri ALBALA, Avocat
Paula ALBOUZE
Paul ALLIÈS, Professeur à l'Université de Montpellier
Arlette ALVARENGA, Consultante retraitée
Simon ASSOUN, Union Juive Française pour la Paix
Marc AYBES, Infographiste
Bernard BATT
Raphaël BÉNARROSH, Avocat retraité
Eliane BÉNARROSH, Mouvement contre le racisme et pour l'amitié entre les peuples (MRAP)
Zvi BEN-DOR, Professor, New York University (Paris, France)
Daniel BENSAÏD, Professeur à l'Université Paris 8
Jean BRAFMAN, Conseiller régional d'Île-de-France
Kurt BRAININ, Médecin
Rony BRAUMAN
Kenneth BROWN, Mediterraneans/Méditerranéennes
Alice CHERKI, Psychiatre, psychanalyste, auteure
Élisabeth CHOPARD-LALLIER, Conceptrice d'édition
Sonia DAYAN-HERZBRUN, Professeur émérite à l'université Paris 7
Gilles DERHI, Pédopsychiatre, Union Juive Française pour la Paix
Sylvia EVRARD, Union Juive Française pour la Paix
Mireille FANON-MENDES-FRANCE, Union Juive Française pour la Paix
Patrick FELDSTEIN, Bureau national, Union Juive Française pour la Paix
Rafael GOLDWASER
Jean-Guy GREILSAMER, Président des Amis du Théâtre de la Liberté de Jénine
Serge GROSSVAK
Bertrand HEILBRONN
Avi HERSHKOVITZ, Cinéaste
Thamara HORMAECHEA, Médecin
Gonzague HUTIN, Union Juive Française pour la Paix
Bernard JANCOVICI, Professeur émérite, Université de Paris-Sud
Christine JEDWAB, Psychologue
Jacques JEDWAB
Samuel JOHSUA, Professeur émérite, Université de Provence
Nicole KAHN
Florence KERAVEC, Union Juive Française pour la Paix
Maurice KERNBAUM
Daniel LARTICHAUX-ULLMANN, Documentaliste
Catherine LÉVY, Sociologue
Daniel LÉVYNE, Enseignant retraité
Michaël LÖWY, Sociologue
Françoise MALFROID
Alain MARCU, Petit fils de déporté, fils de juifs résistants
Jean François MARX
Véronique MARZO, Union Juive Française pour la Paix
Pierre MAUREL
Ariane MONNERON, Ancien Chef de Clinique, Directeur de recherche au CNRS
Jean-Hugues MORNEAU, Bibliothécaire, Université Joseph Fourier de Grenoble
François MUNIER
Josiane OLFF-NATHAN, Université de Strasbourg
Perrine OLFF-RASTEGAR, Porte-parole Collectif Judéo Arabe et Citoyen pour la Paix
Martine OLFF-SOMMER, Psychologue
Henri OSINSKI
Marie-France OSINSKI
Nahed PUST, Femmes en Noir de Strasbourg
Jocelyne RAJNCHAPEL-MESSAÏ, Union Juive Française pour la Paix
Sabrina RANASINGHE
Claude RAYMOND, Retraitée
Yaël REINHARZ HAZAN, co-directrice du Festival du Film et Forum International sur les Doits Humains
Suzanne ROSENBERG
Jacques SCHWEIZER, Physicien
Michèle SIBONY, Union Juive Française pour la Paix
Claude SZATAN
Hannah TAIEB, Union Juive Française pour la Paix
Marlène TUNINGA, Présidente section française, Ligue internationale des femmes pour la paix et la liberté
Dominique VENTRE, Directeur de Formation Télécom
René VONWALLENBERG, Avocat
Fabrice WEISSMAN, Directeur d'études Fondation Médecins Sans Frontières
Adek ZYLBERBERG
Marie Claire ZYLBERBERG

ISRAELE
Hillel BARAK, Movement Against Israeli Apartheid in Palestine
Ronnie BARKAN, Anarchists Against the Wall
Judith BLANC, Bat Shalom, Women in Black, HADASH
Matan COHEN, Tarabot
Adi DAGAN, Coalition of Women for Peace
Rotem DAN MOR, Student, Center of Middle Eastern Classical Music in Jerusalem
Yvonne DEUTSCH, Social worker and feminist peace activist
Daniel DUKAREVICH
Emmanuel FARJOUN, Professor of Mathematics, Hebrew University, Jerusalem
Naama FARJOUN
Alon FRIEDMAN, MD, Departments of Physiology and Neurosurgery, Ben-Gurion University of the Negev
Yodfat Ariela GETZ, Filmmaker and Social Activist
Rachel GIORA, Tel Aviv University
Angela GODFREY-GOLDSTEIN, Action Advocacy Officer, Israeli Committee Against House Demolitions
Neta GOLAN
Vardit GOLDNER
Amos GVIRTZ, Recognition Forum
Connie HACKBARTH, Alternative Information Center
Roni HAMMERMANN, Machsomwatch
Shir HEVER, Alternative Information Center
Tikva HONIG-PARNASS
Ronnee JAEGER, Bat Shalom, Coalition of Women for a Just Peace
Jimmy JOHNSON, Israeli Committee Against House Demolitions
Matan KAMINER
Reuven KAMINER
Teddy KATZ
Hava KELLER
Adam KELLER, Journalist
Idan LANDAU, Department of Foreign Literatures & Linguistics, Ben Gurion University
Yael LERER, Publisher
Orit LOYTER
Eilat MAOZ, Women's Coalition
Anat MATAR, Department of Philosophy, Tel Aviv University
Dorothy NAOR, Activist for justice and peace
Israel NAOR
Gilad NATHAN
Amos NOY
Adi OPHIR, Professor of Philosophy, Tel Aviv University
Amit PERELSON
Shai Carmeli POLLAK
David REEB, Artist
Andre ROSENTHAL, Civil rights lawyer
Yehoshua ROSIN
Sergeiy SANDLER, New Profile
Ayala SHANI
Kobi SNITZ, Technion
Lea TSEMEL, Attorney, SOS Torture
Roy WAGNER
Michel WARSCHAWSKI, Alternative Information Center
Sergio YAHNI, Alternative Information Center
Uri ZACKHEM
Beate ZILVERSMIDT

ITALIA
Liviana BORTOLUSSI, Rete Radiè Resch di solidarietà Internazionale
Paola CANARUTTO, Medico - ECO
Giorgio CANARUTTO - ECO
Marina DEL MONTE, Psicoterapeuta
Ronit DOVRAT, Pittrice
Douglas DOWD, Professor of Economics
Giorgio FORTI, Professore Emerito Università di Milano - ECO
Milena MOTTALINI, Avvocata
Carla ORTONA, Funzionaria sanità
Marco RAMAZZOTTI, Funzionario Nazioni Unite, Rete Ebrei Contro L'occupazione, Jews Against Occupation
Stefano SARFATTI , Commerciante - ECO
Susanna SINIGAGLIA - ECO
Ornella TERRACINI, Insegnante in pensione - ECO
Rete Ebrei Contro L'occupazione, Jews Against Occupation

GRAN BRETAGNA

Hanna BRAUN, Palestine Solidarity Campaign
Richard BRENNER, Editor, Workers Power
Haim BRESHEETH, Professor of Media and Cultural Studies
Peter COHEN, London South Bank University
Angela DALE, Jews Against Zionism
Mark ELF, Jews Sans Frontieres
Liz ELKIND, Scottish Jews for a Just Peace
Rayah FELDMAN, London South Bank University
Alf FILER
Sylvia FINZI, Jews for Justice for Palestinians
Tony GREENSTEIN , Trade unionist (UNISON)
Pete HALL
Abe HAYEEM, Jews for Justice for Palestinians /International Jewish Anti-Zionist Network
Rosamine HAYEEM, Jews for Justice for Palestinians/International Jewish Anti-Zionist Network
Dan JUDELSON, Secretary, European Jews for a Just Peace
Yael KAHN
Bernice LASCHINGER
Les LEVIDOW, Open University
Vivien LICHTENSTEIN
Yosefa LOSHITZKY, Professor of Film Studies
Moshe MACHOVER, Professor Emeritus, founding member of the Socialist Organization in Israel "Matzpen"
Hilda MEERS, Scottish Jews for a Just Peace
Diana NESLEN, Jews Against Zionism
Esther NESLEN
Susan PASHKOFF, Jews Against Zionism
Roland RANCE, Jews Against Zionism
Anna ROBIN
Shrila ROBIN
Brian ROBINSON
Miriam SCHARF
Ruth SIRTON
Inbar TAMARI, Jews Against Zionism
Norman TRAUB
Eyal WEIZMAN, University of London
Jay WOOLRICH

SVIZZERA
Guy BOLLAG
Shraga ELAM, Winner of the Australian Gold Walkley Award for Excellent Journalism 2004
Dorrie ITEN, Jewish Voice for a Just Peace
Leo KANEMAN, Co-directeur Festival du Film et Forum International sur les Droits Humains
Rolf KRAUER, Gewerkschafter UNIA
Martine RAIS, Médecin
Peter STRECKEISEN, Soziologe
Ursel URECH, Lehrerin, Gewerkschaft VPOD
Sharon Weill, PhD candidate in International Law, University of Geneva
Robin WINOGROND, Jewish Voice for a Just Peace

ALTRI
Marshall ANSELL, Sweden
David BARKIN, Mexico
Viviane COHEN, Architect, Morocco
Hans DIELEMAN, Universidad Autónoma de la Ciudad de México, Mexico
Mary ELDIN, Ireland
Dror FEILER, Musician, Chairperson of European Jews for a Just Peace and Judar för Israelisk Palestinsk Fred, Sweden
Jacques HERSH, Professor Emeritus, Denmark
Zachris JÄNTTI, Finland
Jakob LINDBERG, Judar för Israelisk Palestinsk Fred, Sweden
Margot SALOM, Palestinian & Jewish Unity for Justice and Peace, Australia

Da www.rete-eco.it

 


domenica, 29 marzo 2009

Le magliette di moda nell’esercito israeliano: “meglio ammazzarli da piccoli”

La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz. Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.

di Gennaro Carotenuto

E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.

Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.

Leggi tutto il reportage di Haaretz qui e conserva questo link per la prossima volta che ti diranno che i palestinesi educano i figli alla cultura dell’odio.


scritto da: pistorius alle ore 16:15 | link | commenti (4)
categorie: razzismo, israele-palestina
martedì, 24 marzo 2009

Scritto da Helena Cobban   

Giovedì 19 Marzo 2009 13:22

Just World News, Gerusalemme, 3 marzo - Il governo di Israele dovrebbe provare a bloccare la ricostruzione di Gaza; il prossimo primo ministro, Benjamin Netanyahu, potrebbe a un certo punto rimandare i militari nella Striscia; la soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese è morta; Israele è forte, ed il mondo deve solo farci l'abitudine. Questi sono stati alcuni dei temi principali emersi quando, il primo marzo, ho intervistato qui un alto specialista di questioni di sicurezza del Likud, Efraim Inbar.

Inbar è Direttore del Centro Begin-Sadat per Studi Strategici all'Università Bar-Ilan; in passato, è stato spesso consigliere dei leader del Likud. Le posizioni espresse nell’intervista coincidevano per diversi aspetti con quelle di un editoriale dell'ex consigliere di Netanyahu per la sicurezza nazionale, Giora Eiland, pubblicato oggi (3 marzo) su Yediot Aharonot.

Come molte altre interviste che giornalisti e ricercatori stranieri compiono a Gerusalemme, questa si è svolta prendendo un caffè in una sala del bellissimo Hotel American Colony, costruito secondo la tradizione. Inbar è un uomo amichevole di 60 anni o poco più; porta la kippà su un massa di folti riccioli bianchi.

Gli ho chiesto come valuta le prospettive del processo di pace israelo-palestinese. “Per noi, il fattore più importante non sono gli Arabi, ma gli Americani,” ha risposto. “E onestamente, lì nessuno ci crede per davvero. Anche ad Annapolis, malgrado tutta la raffinata retorica sul concludere un'intesa prima della fine dell’anno, nei fatti il loro unico obiettivo era un accordo da tenere in sospeso, come su uno scaffale, per un tempo indefinito.

“La soluzione a due stati è ‘passé’- perché i palestinesi non sono pronti. Potrebbe funzionare solamente se fossero soddisfatte due condizioni: che i palestinesi la sostenessero, ciò che non fanno; e che lo Stato avesse il monopolio dell’uso della forza, ciò che l’Autorità Palestinese non ha”

Ha ricordato di aver pubblicato un libro su Yitzhak Rabin, il primo ministro che, nel lontano 1993, aveva congluso gli Accordi di Oslo con l’OLP di Yasser Arafat, soggiungendo: “Persino la formula di Rabin è sempre stata ‘terra in cambio di sicurezza’…. Quel che Rabin voleva era un tiranno al potere in Palestina. Ma non è riuscito ad ottenerne uno efficace”.

Ha sostenuto che questa visione di Rabin “era quella della maggior parte degli israeliani”. L’Israele moderno è, ha aggiunto, “molto realistico, non idealistico”.

Passando alle sue aspettative circa i vari filoni del processo di pace, riferisce di pensare che, dal prossimo governo Netanyahu, con la Siria “gli israeliani possono sopportare lo status quo”.

Per quanto riguarda la pista palestinese, ha fatto notare che Netanyahu ha iniziato a diffondere l’idea di una “pace economica”. Ho rilevato che questo approccio era già stato messo in discussione e persino tentato, con scarsa convinzione, da Netanyahu quando era già stato primo ministro, dal 1996 al 1999, e da altri leader israeliani, e che si era sempre dimostrato non percorribile, in assenza di un vero progresso diplomatico. Inbar ha risposto immediatamente, dichiarando in modo esplicito: “Non ci interessa se è percorribile o no!”

Ha poi aggiunto: “Non possiamo rinunciare alla Cisgiordania, perché è troppo vicina alla parte centrale del nostro Paese. Gaza OK, perché è più lontana dal cuore. Ma lì, ad ogni modo, abbiamo visto il caos e la violenza che hanno fatto seguito al nostro ritiro”.

“Quel che dovremmo compiere”, ha sostenuto, “è un tentativo di coinvolgere l'Egitto nella gestione di Gaza, e la Giordania in quella della Cisgiordania”. (Questo è lo stesso piano esposto da Eiland nel suo ultimo articolo).

“Magari l'Egitto potrebbe essere interessato ad intervenire a Gaza, perché non vogliono vedere che lì si formi uno Stato di Hamas”, ha ragionato Inbar. “In Cisgiordania, i giordani hanno i loro motivi per guardarsi dall'intervenire. Ma magari lì potremmo considerare una sorta di confederazione giordano-palestinese, perché certo l'Autorità Palestinese (AP) in Cisgiordania non è stata all'altezza delle nostre aspettative. Non hanno raccolto tutte le armi in possesso dei gruppi armati”.

“Sì, certo, alcuni dicono che le truppe addestrate dagli Stati Uniti hanno ricevuto un training migliore di quelle che c'erano prima. Ma non sappiamo se combatterebbero contro Hamas, se ve ne fosse la necessità. I palestinesi non combattono! Hamas non ha lottato a Gaza: hanno solo lasciato le armi sul campo di battaglia, ciò che significa anche che non stavano compiendo una ritirata tattica, stile guerriglia”.

Ha fatto osservare che un altro analista israeliano di questioni strategiche aveva rimarcato che il presidente dell'AP, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), per proteggere le proprie posizioni in Cisgiordania faceva in effetti affidamento sulle baionette israeliane. E adesso, in verità, Abu Mazen è ampiamente accusato di collusione con Israele. Davvero, non è un grande leader”.

Lo scenario più realistico che Inbar potesse prevedere per i prossimi anni in Cisgiordania è: “Gestione del conflitto. Per ridure le fiamme, limitare le sofferenze, e non irritare troppo gli americani”.

Il resto della comunità internazionale, ha aggiunto esplicitamente, “non conta - anche se in Europa adesso si rendono conto più che in passato dei difetti dei palestinesi.... C'è movimento”.

Passando alla situazione dei residenti a Gaza (un milione e mezzo), ha fatto riferimento ad un articolo da lui pubblicato in febbraio, in cui argomentava che la comunità internazionale non dovrebbe fare alcunché per aiutare a ricostruire le case e le pubbliche infrastrutture così ampiamente distrutte da Israele nella recente guerra. Aveva scritto che la comunità internazionale “non dovrebbe farsi attirare dalle bravate sentimentali di ricostruire e di dare assistenza umanitaria, che minano i nostri principali obiettivi strategici”.

Mi ha riferito di crederci ancora. Ho fatto notare che la maggior parte della comunità internazionale sembra aver deciso di dover aiutare a ricostruire Gaza. “La comunità internazionale può insistere,” ha risposto, “ma noi sicuramente possiamo fare molto per rallentare il processo.”

Affrontando in modo diverso la questione di Gaza, ha poi commentato, con un sorriso: “Hamas è un bene per gli ebrei! Fino a che sono lì, per noi è un regalo!”

Ha aggiunto: “Non esiterei a creare un'ondata di profughi da Gaza. Questo creerebbe pressione sull'Egitto, per aumentare la presenza egiziana nella Striscia di Gaza. Potrebbero impadronirsi direttamente di tutta la Striscia, o tenere lì il loro governo fantoccio, che sia Hamas o chiunque altro”.

(Durante la recente guerra, il governo egiziano pareva certo temere l'impatto di un'ondata di profughi, che entrassero attraverso le sette miglia di confine con Gaza. Il numero di forze di sicurezza che l'Egitto può mantenere nelle vicinanze della Striscia o del confine israeliano è strettamente limitato dai termini del trattato di pace del 1979 con Israele. Ma, durante la guerra, il governo egiziano ha compiuto sforzi specifici per tenere il più possibile chiuso il confine con Gaza, consentendo il passaggio solo a un esiguo numero di casi di emergenza medica).

Sono ritornata sull’idea di una “pace economica” in Cisgiordania, che Inbar aveva menzionato, notando che, sebbene lui e Netanyahu parlino dell’idea che ai palestinesi del luogo sarebbe concesso di godere di un certo reale sviluppo economico - principalmente, sembra, come alternativa all’avere i loro diritti all’indipendenza nazionale seriamente considerati - tuttavia sia lui che Netanyahu sembrano favorire l’idea di mantenere il sistema, assai intrusivo, di più di 600 blocchi stradali, mediante i quali i movimenti dei Palestinesi tra diverse città ed aree entro la Cisgiordania rimangono strettamente controllati. Riferendomi a vari studi della Banca Mondiale e di altre istituzioni, gli ho riferito l’idea che non si può avere vera fioritura economica finché la Cisgiordania rimane spezzettata in un gran numero di piccole enclave.

“Potrebbe essere come Singapore o Hong Kong”, ha risposto a tutta prima.

Ho fatto osservare che quei territori avevano popolazioni molto maggiori di tutta la Cisgiordania, e anche libero accesso alle economie della regione e del mondo intero. Rilevando l’argomento demografico, ha risposto:”Bene, come Monaco, allora!” (Non sembrava tuttavia molto serio nel tentare di persuadermi della forza di questo argomento. Forse la sua prima risposta, “non ci importa se è percorribile o no!” esprimeva in modo più preciso le sue vere idee che non l’argomento utilizzato senza convinzione su Singapore, Hong-Kong - o Monaco.

Ho chiesto come valutava le conseguenze delle colonie israeliane in Cisgiordania sul processo di pace. “Le colonie sono un incentivo ai Palestinesi per diventare più ragionevoli in diplomazia”, ha commentato. “E sa, questo prima di Oslo ha funzionato. Ma dopo Oslo, ebbene, la loro curva di apprendimento è divenuta molto lenta”.

Ma non è possibile che il governo di Israele cominci ora a dover affrontare qualche pressione da parte della nuova amministrazione USA, perché fermi il programma di espandere le colonie e si adegui ai suoi precedenti impegni a rimuovere immediatamente quegli avamposti che anche passati governi israeliani avevano considerato 'illegali'?

Ha risposto: ”Sì, è possibile che riceviamo qualche pressione. Gli americani possono premere un po’, così toglieremo uno o due avamposti, o uno o due blocchi stradali. Giocheremo con gli Americani”.

E quali sono le sue aspettative dalla amministrazione Obama, in generale?

Beh, parlano molto diversamente da Bush. Ma hanno tante altre cose di cui occuparsi! L’economia, l’Irak, l’Afghanistan,l’Iran! Quanta energia rimarrà loro per questo problema qui?

La maggior parte degli Israeliani, sa, vedono la loro politica nei riguardi dell’Iran come una di appeasement. Così spero che Dennis Ross andrà dal presidente dopo sei mesi per dirgli che non c’è alcuna trattativa da svolgere con l’Iran, così che Obama diventerà serio”.

Ancora su Gaza: ”Non ha alcun senso ricostruire Gaza! Non serve a rafforzare Abu Mazen.”

Allora, Efraim, come si può rafforzare Abu Mazen?

“Nessuno lo può fare dall’esterno…. I Palestinesi hanno bisogno di un Ataturk, ma proprio non ne vedo uno all’orizzonte. È lo stesso problema dei regimi deboli in tutto il mondo arabo: in Palestina,in Libano, in Somalia....

Così stiamo costruendo una barriera. Non li vogliamo vedere! La barriera è più o meno come un confine…. Agli israeliani piace, lo sa. Molti credono, a torto, che sia di grande importanza per la sicurezza, mentre in realtà il nostro successo nel prevenire il terrorismo viene dagli arresti, dagli imprigionamenti e dalle uccisioni mirate.

Questa è la mia principale critica all’operazione di Gaza. Se avessimo fatto quello - uccisioni mirate come avevamo fatto con lo Sheikh Ahmed Yassin e Rantissi nel 2004... allora Hamas aveva immediatamente cessato il fuoco”.

E dunque, Efraim, il quadro che descrive è ben nero?

“Bene, noi siamo forti e loro deboli”. (Ha sorriso dolcemente. Per sottolineare questo, o nel tentativo di togliere via il lato duro? Chi lo sa...)

“E il tempo lavora per noi. Questa è la differenza tra i falchi e le colombe, qui. Sono loro ad essere pessimisti; noi, i falchi, siamo ottimisti”.

Ma che ne dice del coro di preoccupazione, in aumento, dalla comunità internazionale, per il livello di distruzione a Gaza?

Possiamo sopportarlo! Gli Ebrei non sono sempre stati amati nel mondo. E ora, alla riedizione del summit di Durban, siamo ancora una volta additati”. (A questo punto ha ridacchiato).

Le sue aspettative da George Mitchell?

Organizzativamente, è un chiaro problema, perché Hillary ha troppi inviati. Non credo che possa fare molto di buono. Ma è Americano, quindi ci proverà. Ma cosa può fare? Può cambiare Abu Mazen? Finirà probabilmente con l’andar d’accordo con il piano di Netanyahu sulla pace economica. Lui ed il presidente probabilmente non vogliono tanto presto una crisi nei rapporti fra l'America e Israele”.

Attese da Netanyahu?

“Bene, non si oppone al flusso di denaro alla AP. Inoltre, c’è gente intorno a lui che parla della necessità di distruggere Hamas”. (Non ha riferito se condivide questa idea. Probabilmente avrei dovuto chiederglielo).

Ha notato che il governo uscente di Olmert era stato attento a non puntare alla distruzione di Hamas, durante la recente guerra.

Dunque la guerra è stata complessivamente un successo?

“No! Ci sparano ancora tutti i giorni. Potremmo dover tornare là, anche se gli Egiziani non sono contenti quando ci sono 'fiamme alte' laggiù”.

E Netanyahu potrebbe esser d’accordo che l’esercito israeliano debba tornare a Gaza? “Sì, ci sono probabilità che Bibi debba tornarci. La cooperazione con i Palestinesi per la sicurezza non ha funzionato, e, in ogni modo, noi siamo unilateralisti per natura. Questo è l’ethos sionista: non dipendiamo più dai Gentili”.

Si è messo comodo ed è diventato espansivo. “Sono uno studente di Albert Wohlstetter”, ha raccontato, riferendosi allo studioso di studi strategici dell’Università di Chicago che ha influenzato molti dei più importanti neoconservatori US, “ma non sono un neocon! Ho detto a Paul Wolfowitz e Bill Cristol, entrambi miei amici, che cercare di portare la democrazia nel Medioriente è stato un grande errore.

“Certo, sì, è stato bene liberarsi di Saddam. Era un pessimo soggetto. Ma non avevano bisogno di tentare pure di democratizzare il Paese”.

Ancora su Obama: “Ero preoccupato di lui, all’inizio, ma la maggior parte delle sue nomine sembrano essere “mainstream”. È un vero tributo agli Stati Uniti che abbiate eletto un nero. Così stiamo a vedere. Sì, sono critico su alcune delle sue politiche, per esempio sull’Iran, ma gli concedo il beneficio del dubbio: abbiamo bisogno di un’America forte”.

Ho chiesto cosa pensa dell'apparire sulla scena di Avigdor Lieberman, fortemente destrorso, come forza di primaria importanza nella politica israeliana. Ha compiuto un’interessante analisi del fenomeno Lieberman, notando – correttamente – che, insieme a molte idee fortemente di destra, questi sostiene alcune delle cause della sinistra, incluso il fatto che non è contro l'istituire uno Stato Palestinese.

Ha concluso notando che Lieberman “è accettato dagli Israeliani, anche se ad alcuni non piace. Inoltre, ha attratto alcune personalità molto prominenti nel suo partito…. A me non piace il suo tono; non fa per me. Ma è accettabile in una democrazia”.

Siamo tornati al processo di pace. Ha definito “un errore” la decisione di Olmert del 2005, di permettere ai Palestinesi della Cisgiordania e di Gaza di tenere le elezioni parlamentari, e a Hamas di presentarsi.

Gli ho chiesto cosa ne pensa della ripresa di negoziati fra Israele e la Siria. Ha risposto: ”Con Hamas ora al potere a Gaza, c’è molta meno pressione sul nostro governo circa il processo di pace in generale; quindi, che necessità abbiamo di far qualcosa con la Siria? Certo, se siamo sotto pressione dagli Americani, possiamo negoziare. Ma perché dovrebbe Bibi impegnarsi attivamente in un negoziato o in un accordo con la Siria?... Inoltre, non abbiamo un problema demografico nel Golan. E’ ripulito dagli Arabi. E’ molto bello.

Il tempo lavora per noi! Chi ricorda il 1967? E, in ogni caso, il presidente Assad è serio? Vuole frontiere aperte con Israele? È disposto a prender le distanze dall’Iran? Non credo che cambierà così facilmente…. Dunque, non penso che ci sarà pressione su Israele perché lasci le Alture del Golan: non avremo alcuna pressione, neanche da Assad”.

Testo inglese in http://justworldnews.org/archives/003422.html

Tradotto da Giorgio Forti e Giorgio Canarutto della Rete Ebrei Contro Occupazione, www.rete-eco.it


scritto da: pistorius alle ore 10:02 | link | commenti
categorie: razzismo, israele-palestina
lunedì, 16 marzo 2009

ISRAELE CONTINUA LA SUA POLITICA RAZZISTA CONTRO I PACIFISTI INTERNAZIONALI

Da: Assopace Jerusalem <Jerusalem@assopace.org>

Riceviamo e dall'Associazione Zaatar:
http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=552&Itemid=1

14/03/2009

Attivista ferito gravemente dell'I.O.F

un cittadino statunitense, Tristan Anderson di 37 anni è stato ferito
gravemente dall'esercito israeliano durante una manifestazione pacifica
contro il muro a Nilin.

Proprio oggi presentavo un iniziativa per ricordare Rachel Corrie,
attivista dell'I.S.M 23enne statunitense uccisa dal un bulldozer
dell'esercito israeliano a Rafah - Striscia di Gaza, il 16 marzo 2003,
mentre cercava di impedire la demolizione di un'abitazione palestinese,
ponendosi tra il bulldozer e la casa.

Tristan è stato colpito in pieno volto da un lacrimogeno. Sono 4 i
residenti di Nil'in uccisi da luglio 2008 durante le manifestazioni di
protesta a Nil'in: Ahmed Mousa di 10 anni, Youssef Amira di 17 anni,
Arafat rateb Khawaje di 22 anni e Mohammed Khawaje di 20 anni. Tutte
giovani vite spezzate mentre protestavano contro l'avanzare del muro e
il conseguente furto delle terre.

Tristan è ferito gravemente, il bossolo del lacrimogeno l'ha colpito da
una distanza di circa 500 metri è gli ha fratturato in più punti la
scatola cranica, Tristan è stato operato al Tel Hashomer hospital vicino
a tel Aviv e gli sono stati rimossi i frammenti d'osso dal cervello.

I danni sono estesi all'occhio destro. Tristan non ha ripreso
conoscenza. Non si sa ancora quali saranno le conseguenze delle sue ferite.

Altre informazioni in inglese e video su
http://palsolidarity.org/2009/03/5324

Per ulteriori informazioni contattare i volontari dell'ISM:

Adam Taylor (English), ISM Media Office +972 8503948
Sasha Solanas (English), ISM Media Office - +972 549032981
Woody Berch (English), at Tel Hashomer hospital +972 548053082

scritto da: pistorius alle ore 19:23 | link | commenti
categorie: israele-palestina, pacifismo-nonviolenza
venerdì, 13 marzo 2009

A NOI LA LEGGE NON SI APPLICA PDF Stampa
Scritto da Sameer Dossani   
Sabato 28 Febbraio 2009 17:15

Sameer Dossani intervista Noam Chomsky

 

Foreign Policy in Focus , 16 gennaio 2009


 

DOSSANI: Il governo israeliano e molti personaggi politici ufficiali, in Israele e negli Stati Uniti, sostengono che l'attacco a Gaza vuole por termine al lancio di missili Qassam su Israele. Ma diversi osservatori sostengono che, se questo fosse il problema, Israele avrebbe fatto maggiori sforzi per rinnovare l'accordo di cessate il fuoco, scaduto a dicembre, che aveva quasi fermato il lancio di missili. Secondo lei, quali sono I veri motivi delle attuali azioni israeliane?

CHOMSKY: Questo è un tema che risale fino alle origini del sionismo. Ed è assai razionale: “Ritardiamo negoziati e diplomazia quanto più possibile, e nel frattempo 'costruiamo fatti sul terreno'. Così Israele crea le basi che un qualche accordo alla fine ratificherà; ma più creano, più costruiscono, migliore sarà per loro l'accordo. Lo scopo è di portar via qualunque cosa abbia valore in quella che una volta era la Palestina, e di scardinare quel che resta della popolazione originaria..

Penso che uno dei motivi per cui negli Stati Uniti questo ha il sostegno popolare è che ricorda molto bene la storia americana. Come si sono costituiti gli USA? La tematica è simile.

Nella storia di Israele questo motivo ritorna di frequente, anche nella situazione attuale. Hanno un programma molto chiaro. Falchi razionali, come Ariel Sharon, hanno compreso che è da pazzi tenere 8.000 coloni che usano un terzo della terra e molte delle scarse risorse di Gaza, protetti da una vasta quota dell'esercito israeliano, mentre il resto della società, accanto a loro, semplicemente marcisce. Così l'idea migliore è tirarli fuori di lì, mandandoli in Cisgiordania. Questo è il luogo di cui davvero si occupano, a cui tengono.

Quel che si è denominato “ritiro”, nel settembre 2005, è stato in realtà un trasferimento. Su questo, sono stati perfettamente franchi e aperti. Nei fatti, hanno esteso i progetti di costruire colonie in Cisgiordania proprio quando ritiravano alcune migliaia di coloni da Gaza. Così la Striscia si dovrebbe trasformare in una gabbia, sostanzialmente una prigione, con Israele che l'attacca a piacimento; nel frattempo, in Cisgiordania ci impadroniremo di ciò che vogliamo. Non vi è alcun segreto, su questo.

Ehud Olmert è stato negli Stati Uniti nel maggio del 2006, un paio di mesi dopo il ritiro. Ha semplicemente annunciato, a una sessione congiunta del Congresso, in un discorso interrotto da applausi scroscianti, che il diritto storico degli ebrei a tutta la terra di Israele è fuori questione. Ha annunciato quel che ha definito il programma di convergenza, che è solo una versione del programma tradizionale: risale al piano Allon, del 1967. Israele si annetterebbe, in sostanza, della terra e e delle risorse di valore vicine alla Linea Verde (il confine del 1967). Questa terra è ora dietro al muro che Israele ha costruito in Cisgiordania; è un muro di annessione. Significa che terra arabile, le principali risorse idriche, I bei quartieri attorno a Gerusalemme e a Tel Aviv, le colline, e così via. Si prenderanno la Valle del Giordano, che è circa un terzo della Cisgiordania, dove impiantano colonie dalla fine degli anni '60. Poi costruiranno un paio di super-autostrade – ce n'è una ad est di Gerusalemme per la cittadina di Ma'aleh Adumim, costruita per la maggior parte negli anni '90: gli anni di Oslo. È stata costruita sostanzialmente per dividere la Cisgiordania. Ve ne sono altre due su a nord: comprendono Ariel, Kedumim ed altre cittadine, e di base sezionano quel che resta. Metteranno posti di blocco ed ogni mezzo di vessazione nelle altre aree; la popolazione che rimasta sarà divisa in ghetti, non in grado di vivere una vita decente; se se ne vogliono andare, splendido. In alternativa, saranno figure pittoresche per i turisti – sì, qualcuno che conduce una capra su una collina, laggiù – mentre gli israeliani, coloni compresi, percorreranno in auto autostrade “solo per israeliani”. I palestinesi possono arrangiarsi con una qualche stradina da qualche parte, in cui cadi nello wadi (valle) se piove. Lo scopo è questo. Ed è esplicito. Non li si può accusare di imbroglio perché è esplicito. E qui lo si applaude.

DOSSANI: In termini di sostegno USA, la scorsa settimana il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha adottato una risoluzione che chiede il cessate il fuoco. È un cambiamento, soprattutto alla luce del fatto che gli USA non vi hanno posto il veto, ma si sono astenuti, permettendo che passasse?

CHOMSKY: Subito dopo la guerra del 1967, il Consiglio di Sicurezza aveva forti risoluzioni di condanna per l'iniziativa israeliana ad espandersi e ad impadronirsi di Gerusalemme. Israele le ha semplicemente ignorate: gli USA danno loro dei buffetti affettuosi, dicendo “andate avanti, violatele”. C'è una serie continua di risoluzioni, da allora ad oggi, che condannano le colonie: – come Israele sapeva e come tutti concordano, violano le convenzioni di Ginevra. Gli Stati Uniti o pongono il veto o votano talvolta a favore, ma con una strizzatina d'occhio che significa: “andate avanti comunque - noi pagheremo le spese, e vi daremo l'appoggio militare”. È così sistematicamente. Durante gli anni di Oslo, ad esempio, la costruzione di colonie è aumentatata di continuo, violando ciò che, si supponeva, era in teoria l'obiettivo dell'accordo. In effetti, l'anno di picco per la colonizzazione è stato l'ultimo di Clinton, il 2000. Dopo, si è continuato ancora. È aperto ed esplicito.

Per tornare all'argomento della motivazione, hanno un controllo militare sulla Cisgiordania sufficiente a terrorizzare la popolazione, in modo che sia passiva. Ora il controllo è accresciuto dalle forze collaborazioniste, addestrate dagli USA, dalla Giordania e dall'Egitto per sottomettere gli abitanti. In effetti, a guardare i giornali delle ultime due settimane, se c'è una dimostrazione in Cisgiordania a sostegno di Gaza, le forze di sicurezza di Fatah la schiacciano: sono lì per quello. Fatah oggi funziona all'incirca come la forza di polizia israeliana in Cisgiordania. Ma questa è solo una parte dei territorio palestinesi occupati: l'altra è Gaza, e nessuno dubita che formino un insieme. E vi è ancora resistenza a Gaza, quei missili. Allora vogliono anche spegnere quella: così non ci sarà più resistenza affatto, e potranno continuare a fare quel che vogliono senza interferenze – ritardando nel contempo il più possibile la diplomazia, e “costruendo i fatti” esattamente come desiderano. Di nuovo, questo riporta alle origini del sionismo. Varia, naturalmente, a seconda delle circostanze, ma la politica fondamentale è la stessa, ed è perfettamente comprensibile. Se vuoi impadronirti di un Paese in cui la popolazione non ti vuole, voglio dire, come altro si può fare? Come è stato conquistato questo Paese?

DOSSANI: Quel che descrive è una tragedia.

CHOMSKY: È una tragedia che si costruisce proprio qui. La stampa non ne parlerà, e nemmeno, in linea di massima, il mondo della cultura, ma il punto centrale è che sul tavolo, all'ordine del giorno, c'è da 30 anni un accordo politico. Vale a dire un accordo a due stati sui confini internazionali, forse con alcune modifiche reciproche al confine. C'è ufficialmente dal 1976, quando c'è stata una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, proposta dai principali stati arabi e sostenuta dall'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), all'incirca in quei termini. Gli Stati Uniti vi hanno posto il veto; così resta fuori dalla storia, ed è continuato, quasi senza cambiamenti, da allora.

C'è stata in effetti una modifica significativa. Nell'ultimo mese della presidenza Clinton, nel gennaio del 2001, vi erano stati negoziati fra Israele ed i palestinesi, che gli USA avevano autorizzato pur senza parteciparvi: erano arrivati molto vicini ad un accordo.

DOSSANI: I negoziati di Taba?

CHOMSKY: Sì, i negoziati di Taba. Le due parti erano arrivate molto vicino ad un accordo; sono stati interrotti da Israele. Ma quella era stata l'unica settimana, in più di 30 anni, in cui gli Stati Uniti ed Israele avevano abbandonato la posizione di rifiuto. È un vero omaggio ai media e ad altri commentatori, che riescano ad imporre il silenzio sull'argomento. Gli USA ed Israele sono da soli, in questo. Nel consenso internazionale sono inclusi in pratica tutti: sono comprese la Lega Araba, che è andata oltre quella posizione e ha chiesto di normalizzare i rapporti, e Hamas. Ogni volta che vedi Hamas sui giornali, sta scritto “Hamas, sostenuto dall'Iran, che vuole distruggere Israele”. Prova a trovare una frase che dica “Hamas, eletto democraticamente, che chiede un accordo a due stati”, come fa da anni. Bene, sì, quello è un buon sistema di propaganda. Persino nella stampa USA hanno talvolta permesso editoriali di leader di Hamas, Ismail Haniya ed altri, che dicono: “Sì, come tutti gli altri, vogliamo un accordo a due stati sui confini internazionali”.

DOSSANI: Quando ha adottato Hamas quella posizione?

CHOMSKY: È la loro posizione ufficiale, presa da Haniya, il leader eletto, e da Khalid Mesh'al, il loro leader politico in esilio in Siria: ha scritto la stessa cosa. E si ripete di continuo. Non vi è alcun dubbio sull'argomento, ma l'Occidente non vuole stare a sentire. Laonde per cui, è Hamas che si è impegnato a distruggere Israele.

In un certo senso lo sono, ma se Lei andasse in una riserva indiana negli Stati Uniti, sono certo che molti vorrebbero vedere la distruzione degli USA. Se andasse in Messico e facesse un sondaggio, sono sicuro che non riconoscono il diritto statunitense ad esistere su metà del Messico, terra conquistata in guerra. E questo è vero in tutto il mondo. Ma sono disposti ad accettare un accordo politico. Israele no, e gli Stati Uniti neppure; sono gli unici a tener duro. Dal momento che in pratica sono gli Stati Uniti a far girare il mondo, tutto è bloccato.

Qui lo si presenta sempre come se gli Stati Uniti dovessero impegnarsi di più: sono mediatori onesti, il problema di Bush è di aver trascurato troppo la questione. Non è quello il problema. Il punto è che gli Stati Uniti si sono impegnati moltissimo: a bloccare un accordo politico, fornendo il sostegno materiale, ideologico e diplomatico ai programmi espansionistici, che sono semplicemente criminali. La corte mondiale all'unanimità, giudice americano compreso, si è accordata nel dire che ogni spostamento di popolazione nei Territori Occupati viola una legge internazionale fondamentale, le Convenzioni di Ginevra. E Israele è d'accordo. In effetti, persino i loro tribunali sono d'accordo: semplicemente, vi sgusciano attorno in varie vie traverse. Così su questo non si discute. Negli Stati Uniti è più o meno accettato che siamo uno stato fuorilegge. A noi la legge non si applica. È per questo che non se ne discute mai.

 


Testo inglese in http://www.chomsky.info/interviews/20090116.htm

Traduzione: Paola Canarutto


"Un momento!", gridò Pistorius. "C'è una bella differenza tra l'avere il mondo dentro di sé ed esserne anche consapevoli!"

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"Giovanotto, anche lei possiede misteri. So che deve fare certi sogni dei quali tace. Non che io voglia conoscerli, ma le dirò: li viva, quei sogni, li giuochi ed eriga loro un altare! Non è ancora la perfezione, ma è una via. Non so se un giorno lei e io e qualcun altro rinnoveremo il mondo, ma si vedrà. Dentro di noi però lo dobbiamo rinnovare ogni giorno, altrimenti non contiamo niente. Ci pensi!" esclamò forte Pistorius. "Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci." M. K. Gandhi "I care. Mi importa, mi sta a cuore. Perché ognuno è responsabile di tutto." Lorenz

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