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Just World News, Gerusalemme, 3 marzo - Il governo di Israele dovrebbe provare a bloccare la ricostruzione di Gaza; il prossimo primo ministro, Benjamin Netanyahu, potrebbe a un certo punto rimandare i militari nella Striscia; la soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese è morta; Israele è forte, ed il mondo deve solo farci l'abitudine. Questi sono stati alcuni dei temi principali emersi quando, il primo marzo, ho intervistato qui un alto specialista di questioni di sicurezza del Likud, Efraim Inbar.
Inbar è Direttore del Centro Begin-Sadat per Studi Strategici all'Università Bar-Ilan; in passato, è stato spesso consigliere dei leader del Likud. Le posizioni espresse nell’intervista coincidevano per diversi aspetti con quelle di un editoriale dell'ex consigliere di Netanyahu per la sicurezza nazionale, Giora Eiland, pubblicato oggi (3 marzo) su Yediot Aharonot.
Come molte altre interviste che giornalisti e ricercatori stranieri compiono a Gerusalemme, questa si è svolta prendendo un caffè in una sala del bellissimo Hotel American Colony, costruito secondo la tradizione. Inbar è un uomo amichevole di 60 anni o poco più; porta la kippà su un massa di folti riccioli bianchi.
Gli ho chiesto come valuta le prospettive del processo di pace israelo-palestinese. “Per noi, il fattore più importante non sono gli Arabi, ma gli Americani,” ha risposto. “E onestamente, lì nessuno ci crede per davvero. Anche ad Annapolis, malgrado tutta la raffinata retorica sul concludere un'intesa prima della fine dell’anno, nei fatti il loro unico obiettivo era un accordo da tenere in sospeso, come su uno scaffale, per un tempo indefinito.
“La soluzione a due stati è ‘passé’- perché i palestinesi non sono pronti. Potrebbe funzionare solamente se fossero soddisfatte due condizioni: che i palestinesi la sostenessero, ciò che non fanno; e che lo Stato avesse il monopolio dell’uso della forza, ciò che l’Autorità Palestinese non ha”
Ha ricordato di aver pubblicato un libro su Yitzhak Rabin, il primo ministro che, nel lontano 1993, aveva congluso gli Accordi di Oslo con l’OLP di Yasser Arafat, soggiungendo: “Persino la formula di Rabin è sempre stata ‘terra in cambio di sicurezza’…. Quel che Rabin voleva era un tiranno al potere in Palestina. Ma non è riuscito ad ottenerne uno efficace”.
Ha sostenuto che questa visione di Rabin “era quella della maggior parte degli israeliani”. L’Israele moderno è, ha aggiunto, “molto realistico, non idealistico”.
Passando alle sue aspettative circa i vari filoni del processo di pace, riferisce di pensare che, dal prossimo governo Netanyahu, con la Siria “gli israeliani possono sopportare lo status quo”.
Per quanto riguarda la pista palestinese, ha fatto notare che Netanyahu ha iniziato a diffondere l’idea di una “pace economica”. Ho rilevato che questo approccio era già stato messo in discussione e persino tentato, con scarsa convinzione, da Netanyahu quando era già stato primo ministro, dal 1996 al 1999, e da altri leader israeliani, e che si era sempre dimostrato non percorribile, in assenza di un vero progresso diplomatico. Inbar ha risposto immediatamente, dichiarando in modo esplicito: “Non ci interessa se è percorribile o no!”
Ha poi aggiunto: “Non possiamo rinunciare alla Cisgiordania, perché è troppo vicina alla parte centrale del nostro Paese. Gaza OK, perché è più lontana dal cuore. Ma lì, ad ogni modo, abbiamo visto il caos e la violenza che hanno fatto seguito al nostro ritiro”.
“Quel che dovremmo compiere”, ha sostenuto, “è un tentativo di coinvolgere l'Egitto nella gestione di Gaza, e la Giordania in quella della Cisgiordania”. (Questo è lo stesso piano esposto da Eiland nel suo ultimo articolo).
“Magari l'Egitto potrebbe essere interessato ad intervenire a Gaza, perché non vogliono vedere che lì si formi uno Stato di Hamas”, ha ragionato Inbar. “In Cisgiordania, i giordani hanno i loro motivi per guardarsi dall'intervenire. Ma magari lì potremmo considerare una sorta di confederazione giordano-palestinese, perché certo l'Autorità Palestinese (AP) in Cisgiordania non è stata all'altezza delle nostre aspettative. Non hanno raccolto tutte le armi in possesso dei gruppi armati”.
“Sì, certo, alcuni dicono che le truppe addestrate dagli Stati Uniti hanno ricevuto un training migliore di quelle che c'erano prima. Ma non sappiamo se combatterebbero contro Hamas, se ve ne fosse la necessità. I palestinesi non combattono! Hamas non ha lottato a Gaza: hanno solo lasciato le armi sul campo di battaglia, ciò che significa anche che non stavano compiendo una ritirata tattica, stile guerriglia”.
Ha fatto osservare che un altro analista israeliano di questioni strategiche aveva rimarcato che il presidente dell'AP, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), per proteggere le proprie posizioni in Cisgiordania faceva in effetti affidamento sulle baionette israeliane. E adesso, in verità, Abu Mazen è ampiamente accusato di collusione con Israele. Davvero, non è un grande leader”.
Lo scenario più realistico che Inbar potesse prevedere per i prossimi anni in Cisgiordania è: “Gestione del conflitto. Per ridure le fiamme, limitare le sofferenze, e non irritare troppo gli americani”.
Il resto della comunità internazionale, ha aggiunto esplicitamente, “non conta - anche se in Europa adesso si rendono conto più che in passato dei difetti dei palestinesi.... C'è movimento”.
Passando alla situazione dei residenti a Gaza (un milione e mezzo), ha fatto riferimento ad un articolo da lui pubblicato in febbraio, in cui argomentava che la comunità internazionale non dovrebbe fare alcunché per aiutare a ricostruire le case e le pubbliche infrastrutture così ampiamente distrutte da Israele nella recente guerra. Aveva scritto che la comunità internazionale “non dovrebbe farsi attirare dalle bravate sentimentali di ricostruire e di dare assistenza umanitaria, che minano i nostri principali obiettivi strategici”.
Mi ha riferito di crederci ancora. Ho fatto notare che la maggior parte della comunità internazionale sembra aver deciso di dover aiutare a ricostruire Gaza. “La comunità internazionale può insistere,” ha risposto, “ma noi sicuramente possiamo fare molto per rallentare il processo.”
Affrontando in modo diverso la questione di Gaza, ha poi commentato, con un sorriso: “Hamas è un bene per gli ebrei! Fino a che sono lì, per noi è un regalo!”
Ha aggiunto: “Non esiterei a creare un'ondata di profughi da Gaza. Questo creerebbe pressione sull'Egitto, per aumentare la presenza egiziana nella Striscia di Gaza. Potrebbero impadronirsi direttamente di tutta la Striscia, o tenere lì il loro governo fantoccio, che sia Hamas o chiunque altro”.
(Durante la recente guerra, il governo egiziano pareva certo temere l'impatto di un'ondata di profughi, che entrassero attraverso le sette miglia di confine con Gaza. Il numero di forze di sicurezza che l'Egitto può mantenere nelle vicinanze della Striscia o del confine israeliano è strettamente limitato dai termini del trattato di pace del 1979 con Israele. Ma, durante la guerra, il governo egiziano ha compiuto sforzi specifici per tenere il più possibile chiuso il confine con Gaza, consentendo il passaggio solo a un esiguo numero di casi di emergenza medica).
Sono ritornata sull’idea di una “pace economica” in Cisgiordania, che Inbar aveva menzionato, notando che, sebbene lui e Netanyahu parlino dell’idea che ai palestinesi del luogo sarebbe concesso di godere di un certo reale sviluppo economico - principalmente, sembra, come alternativa all’avere i loro diritti all’indipendenza nazionale seriamente considerati - tuttavia sia lui che Netanyahu sembrano favorire l’idea di mantenere il sistema, assai intrusivo, di più di 600 blocchi stradali, mediante i quali i movimenti dei Palestinesi tra diverse città ed aree entro la Cisgiordania rimangono strettamente controllati. Riferendomi a vari studi della Banca Mondiale e di altre istituzioni, gli ho riferito l’idea che non si può avere vera fioritura economica finché la Cisgiordania rimane spezzettata in un gran numero di piccole enclave.
“Potrebbe essere come Singapore o Hong Kong”, ha risposto a tutta prima.
Ho fatto osservare che quei territori avevano popolazioni molto maggiori di tutta la Cisgiordania, e anche libero accesso alle economie della regione e del mondo intero. Rilevando l’argomento demografico, ha risposto:”Bene, come Monaco, allora!” (Non sembrava tuttavia molto serio nel tentare di persuadermi della forza di questo argomento. Forse la sua prima risposta, “non ci importa se è percorribile o no!” esprimeva in modo più preciso le sue vere idee che non l’argomento utilizzato senza convinzione su Singapore, Hong-Kong - o Monaco.
Ho chiesto come valutava le conseguenze delle colonie israeliane in Cisgiordania sul processo di pace. “Le colonie sono un incentivo ai Palestinesi per diventare più ragionevoli in diplomazia”, ha commentato. “E sa, questo prima di Oslo ha funzionato. Ma dopo Oslo, ebbene, la loro curva di apprendimento è divenuta molto lenta”.
Ma non è possibile che il governo di Israele cominci ora a dover affrontare qualche pressione da parte della nuova amministrazione USA, perché fermi il programma di espandere le colonie e si adegui ai suoi precedenti impegni a rimuovere immediatamente quegli avamposti che anche passati governi israeliani avevano considerato 'illegali'?
Ha risposto: ”Sì, è possibile che riceviamo qualche pressione. Gli americani possono premere un po’, così toglieremo uno o due avamposti, o uno o due blocchi stradali. Giocheremo con gli Americani”.
E quali sono le sue aspettative dalla amministrazione Obama, in generale?
Beh, parlano molto diversamente da Bush. Ma hanno tante altre cose di cui occuparsi! L’economia, l’Irak, l’Afghanistan,l’Iran! Quanta energia rimarrà loro per questo problema qui?
La maggior parte degli Israeliani, sa, vedono la loro politica nei riguardi dell’Iran come una di appeasement. Così spero che Dennis Ross andrà dal presidente dopo sei mesi per dirgli che non c’è alcuna trattativa da svolgere con l’Iran, così che Obama diventerà serio”.
Ancora su Gaza: ”Non ha alcun senso ricostruire Gaza! Non serve a rafforzare Abu Mazen.”
Allora, Efraim, come si può rafforzare Abu Mazen?
“Nessuno lo può fare dall’esterno…. I Palestinesi hanno bisogno di un Ataturk, ma proprio non ne vedo uno all’orizzonte. È lo stesso problema dei regimi deboli in tutto il mondo arabo: in Palestina,in Libano, in Somalia....
Così stiamo costruendo una barriera. Non li vogliamo vedere! La barriera è più o meno come un confine…. Agli israeliani piace, lo sa. Molti credono, a torto, che sia di grande importanza per la sicurezza, mentre in realtà il nostro successo nel prevenire il terrorismo viene dagli arresti, dagli imprigionamenti e dalle uccisioni mirate.
Questa è la mia principale critica all’operazione di Gaza. Se avessimo fatto quello - uccisioni mirate come avevamo fatto con lo Sheikh Ahmed Yassin e Rantissi nel 2004... allora Hamas aveva immediatamente cessato il fuoco”.
E dunque, Efraim, il quadro che descrive è ben nero?
“Bene, noi siamo forti e loro deboli”. (Ha sorriso dolcemente. Per sottolineare questo, o nel tentativo di togliere via il lato duro? Chi lo sa...)
“E il tempo lavora per noi. Questa è la differenza tra i falchi e le colombe, qui. Sono loro ad essere pessimisti; noi, i falchi, siamo ottimisti”.
Ma che ne dice del coro di preoccupazione, in aumento, dalla comunità internazionale, per il livello di distruzione a Gaza?
Possiamo sopportarlo! Gli Ebrei non sono sempre stati amati nel mondo. E ora, alla riedizione del summit di Durban, siamo ancora una volta additati”. (A questo punto ha ridacchiato).
Le sue aspettative da George Mitchell?
Organizzativamente, è un chiaro problema, perché Hillary ha troppi inviati. Non credo che possa fare molto di buono. Ma è Americano, quindi ci proverà. Ma cosa può fare? Può cambiare Abu Mazen? Finirà probabilmente con l’andar d’accordo con il piano di Netanyahu sulla pace economica. Lui ed il presidente probabilmente non vogliono tanto presto una crisi nei rapporti fra l'America e Israele”.
Attese da Netanyahu?
“Bene, non si oppone al flusso di denaro alla AP. Inoltre, c’è gente intorno a lui che parla della necessità di distruggere Hamas”. (Non ha riferito se condivide questa idea. Probabilmente avrei dovuto chiederglielo).
Ha notato che il governo uscente di Olmert era stato attento a non puntare alla distruzione di Hamas, durante la recente guerra.
Dunque la guerra è stata complessivamente un successo?
“No! Ci sparano ancora tutti i giorni. Potremmo dover tornare là, anche se gli Egiziani non sono contenti quando ci sono 'fiamme alte' laggiù”.
E Netanyahu potrebbe esser d’accordo che l’esercito israeliano debba tornare a Gaza? “Sì, ci sono probabilità che Bibi debba tornarci. La cooperazione con i Palestinesi per la sicurezza non ha funzionato, e, in ogni modo, noi siamo unilateralisti per natura. Questo è l’ethos sionista: non dipendiamo più dai Gentili”.
Si è messo comodo ed è diventato espansivo. “Sono uno studente di Albert Wohlstetter”, ha raccontato, riferendosi allo studioso di studi strategici dell’Università di Chicago che ha influenzato molti dei più importanti neoconservatori US, “ma non sono un neocon! Ho detto a Paul Wolfowitz e Bill Cristol, entrambi miei amici, che cercare di portare la democrazia nel Medioriente è stato un grande errore.
“Certo, sì, è stato bene liberarsi di Saddam. Era un pessimo soggetto. Ma non avevano bisogno di tentare pure di democratizzare il Paese”.
Ancora su Obama: “Ero preoccupato di lui, all’inizio, ma la maggior parte delle sue nomine sembrano essere “mainstream”. È un vero tributo agli Stati Uniti che abbiate eletto un nero. Così stiamo a vedere. Sì, sono critico su alcune delle sue politiche, per esempio sull’Iran, ma gli concedo il beneficio del dubbio: abbiamo bisogno di un’America forte”.
Ho chiesto cosa pensa dell'apparire sulla scena di Avigdor Lieberman, fortemente destrorso, come forza di primaria importanza nella politica israeliana. Ha compiuto un’interessante analisi del fenomeno Lieberman, notando – correttamente – che, insieme a molte idee fortemente di destra, questi sostiene alcune delle cause della sinistra, incluso il fatto che non è contro l'istituire uno Stato Palestinese.
Ha concluso notando che Lieberman “è accettato dagli Israeliani, anche se ad alcuni non piace. Inoltre, ha attratto alcune personalità molto prominenti nel suo partito…. A me non piace il suo tono; non fa per me. Ma è accettabile in una democrazia”.
Siamo tornati al processo di pace. Ha definito “un errore” la decisione di Olmert del 2005, di permettere ai Palestinesi della Cisgiordania e di Gaza di tenere le elezioni parlamentari, e a Hamas di presentarsi.
Gli ho chiesto cosa ne pensa della ripresa di negoziati fra Israele e la Siria. Ha risposto: ”Con Hamas ora al potere a Gaza, c’è molta meno pressione sul nostro governo circa il processo di pace in generale; quindi, che necessità abbiamo di far qualcosa con la Siria? Certo, se siamo sotto pressione dagli Americani, possiamo negoziare. Ma perché dovrebbe Bibi impegnarsi attivamente in un negoziato o in un accordo con la Siria?... Inoltre, non abbiamo un problema demografico nel Golan. E’ ripulito dagli Arabi. E’ molto bello.
Il tempo lavora per noi! Chi ricorda il 1967? E, in ogni caso, il presidente Assad è serio? Vuole frontiere aperte con Israele? È disposto a prender le distanze dall’Iran? Non credo che cambierà così facilmente…. Dunque, non penso che ci sarà pressione su Israele perché lasci le Alture del Golan: non avremo alcuna pressione, neanche da Assad”.
Testo inglese in http://justworldnews.org/archives/003422.html
Tradotto da Giorgio Forti e Giorgio Canarutto della Rete Ebrei Contro Occupazione, www.rete-eco.it
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